MONTECATINI TERME – L’incontro con Maurizio Nichetti parte con uno scoop: oltre alla consegna del premio alla carriera, un altro riconoscimento lo attende.
A breve e più esattamente il 10 di giugno infatti, alla 21a edizione del Biografilm a Bologna verrà proiettato un documentario sulla sua vita professionale.
Riflettere su una carriera è sempre impegnativo e Maurizio non ha mai voluto farlo. Due anni fa, quando era sul set del suo film “Amiche mai”, ha accettato di fare questo documentario, gli è piaciuta l’idea di poter chiamare tutti gli amici proprio per parlare del suo cinema.

“Perché – dice Nichetti – io non ho inventato niente, ho fatto le cose che so fare, che sapevo fare, non mi ero posto il problema di essere eccentrico, originale. Scrivevo gag per i cartoni animati e facevo il mimo, per cui se faccio cinema è ovviamente comico, una cosa abbastanza naturale. Bruno Bozzetto è stato uno di questi amici, ancora vivo, vivace, allegro, entusiasta, una persona con cui mi frequento abitualmente. Apre il documentario raccontando di quando mi ha assunto, del perché lo ha fatto e di come ci siamo conosciuti, come è nato il signor Rossi o Allegro non troppo e dice anche delle cose curiose su altri momenti della nostra collaborazione”.
Il documentario verrà proiettato in anteprima, Nichetti ha visto un pre-montato, non la versione definitiva, c’è un regista, e c’è una casa di produzione, lui ha solo detto, va bene. Non ci sono critici famosi, ma amici che lo hanno seguito negli anni come Milena Vukotic, Iaia Forte, Angela Finocchiaro, Caterina Sylos Labini ma anche i suoi collaboratori, i montatori.
“Questo film – continua – non vincerà mai l’Oscar come miglior documentario, però per me e per quelli che vogliono sapere come mai ho fatto certi film, ha un senso”. Ricorda che alla fine degli anni Settanta si è verificata una particolarità nel cinema italiano, sono nati autori, attori di commedia che facevano i registi, gli sceneggiatori e gli attori di se stessi. Come Nanni Moretti, Carlo Verdone e altri, perché il cinema si era accorto che la formula del One man show funzionava. Anche Arbore ne Il Papocchio ha fatto l’attore, il regista e lo sceneggiatore era diventato un format.

“I grandi vecchi prima di noi – dice Nichetti – persone stupende, meravigliose che hanno fatto la storia del cinema italiano come Age, Scarpelli, Benvenuti, De Bernardi, Monicelli, Risi, Nanni Loi, Scola, non erano nostri coetanei. Quando avevano bisogno di rappresentare la nostra generazione, chiamavano Gassman e Tognazzi e gli mettevano la parrucca. A noi questa cosa di vedere uno di 45 anni con la parrucca che faceva il capellone faceva ridere. C’era la voglia disperata di trovare una nuova generazione, perché non c’erano registi e sceneggiatori che scrivevano per noi”.
Nichetti sottolinea che il suo è stato un cinema indipendente da sempre, anche dopo il successo di “Ratataplan” Cristaldi, il produttore, non gli ha dato i soldi per fare il secondo film, di conseguenza è stato fermo sei anni, perché non è andato a cercare un altro produttore.
“Non sapevo neanche cercarlo, non so come dire, ho fatto, ho continuato a fare le mie cose e quando ho ripreso con Ladri di saponette ho creato una mia casa di produzione. Ladri di saponette, Volere volare, Stefano Quantestorie, Luna e l’altra li ho prodotti io, rischiando in prima persona. Ho cercato di spendere meno soldi possibile perché non li avevo ma se sopravvivi da indipendente sopravvivi ovunque”.
Gli abbiamo chiesto se nella sua carriera il rapporto umano con i collaboratori e con gli attori abbia travalicato in qualche modo quello professionale: “Assolutamente sì – ci ha risposto – è il motivo per cui non faccio mai un provino sulla parte da assegnare. Non l’ho mai fatto in vita mia, perché, da attore, so che andare a un provino è il momento peggiore della vita, perché ti devi far giudicare, devi conquistarti la parte. A me piace sempre conoscere la persona, capirla, da un gesto, uno sguardo, dalla battuta se va d’accordo sia col personaggio che con me. Non faccio film su commissione dove devo rispettare delle consegne, delle date”.

Del suo rapporto con i Social dice: “Non sono uno studioso dei social, però siccome ho fatto un film che parla anche degli influencer, dei content creator eccetera è ovvio che lo conosco. Avevo un profilo Instagram con 1500 follower che possono andare bene per un privato cittadino non se sei un regista conosciuto. Allora mi sono dato come obiettivo raggiungere i follower di Gabriele Salvatores, regista, premio Oscar, milanese, amico, che ne aveva 14.000. Ci stiamo lavorando da 10 mesi e adesso sono a 19.000, son soddisfazioni! (ride) Non posso confrontarmi con chi fa televisione che ne hanno moltissimi, comunque chi ne ha migliaia sono reali, quelli che ne hanno milioni o sono passati dalla cronaca nera, o li hanno comprati, o hanno un’esposizione di altro tipo.
Lo scorrere velocemente le videate di Instagram la dice lunga sul valore di queste cose, non credo che ne abbiano però se vado a fare la spesa al supermercato una volta mi riconoscevano perché facevo i film, adesso lo fanno perché c’ho Instagram, sono soddisfazioni! (ride). Prima quando mi fermavano era perché avevano visto Ratataplan, era il mio pubblico. Adesso trovo della gente molto simpatica, molto piacevole, nessuno invadente, e tutti che mi commentano i reel di Instagram”.









