mercoledì, Settembre 9, 2026

Fabio Genovesi al Seminare Idee: raccontare con la musica, l’affetto e il coraggio

PRATO – Conclusa da poco l’attività di commentatore al Giro d’Italia, abbiamo incontrato Fabio Genovesi a Prato in un caldo pomeriggio, poco prima del suo intervento al festival Seminare Idee.

Il tema di questa prima edizione di dialoghi ed incontri con grandi nomi della cultura, della scienza e dello spettacolo, è il coraggio. Abbiamo quindi chiesto a Genovesi di parlarci in anteprima del suo intervento: “Il mio è un monologo sul rapporto fra la musica e il tutto, anzi, la musica è tutto, quindi non è che ha un rapporto, è semplicemente tutto. Parlerò quindi di come si scrive, di come si suona, di come si vive e ovviamente anche dell’ultimo romanzo, per far vedere com’é crescere in un modo che secondo me è armonioso, perché la musica è la più grande lezione che ci sia. Non la musica o le canzoni di per sé, ma proprio l’idea di vivere in un modo musicale secondo me è la base”.

Fabio Genovesi al Seminare Idee festival di Prato (foto di Stefano Di Cecio)

Non si riferisce quindi a un genere di musica in particolare, ma proprio “l’idea di musica”, anche se diffida dalle persone che, alla domanda “che musica ascolti?” rispondono “tutta”. Non gli interessa sapere il tipo di lavoro che svolgono, ma che musica ascoltano perché dice molto di più sulla loro personalità.

Nella sua vita la musica ha rappresentato tutto. Fin da quando era piccolo, una casa senza musica per lui non ha senso, “la prima cosa che faccio ogni volta che vado in un albergo, sapendo di doverci stare un po’, metto Love Supreme di John Coltrane, un album per me favoloso. Lo faccio suonare completamente  e mi sembra che pulisca la stanza da tutto quello che c’è stato prima, lo faccio sempre. Ho scoperto tempo fa in un’intervista, che Carlos Santana fa la stessa cosa, mette lo stesso disco, ed io che pensavo di essere tanto originale”.

Gli chiedo poi qualcosa sulla sua presenza al Giro d’Italia e sui suoi interventi, mi risponde che l’Italia è davvero un bel Paese ed è facile raccontarlo, ancora di più farlo insieme a Francesco Pancani, la voce del ciclismo.

“Un sublime direttore d’orchestra – dice – mi sento come uno che suona in quell’orchestra condotta perfettamente. Molto bravo a sapere quando è il tuo momento, quando è meglio passare ad altro, dare i tempi. Mi sento tranquillo, posso fare il mio lavoro al meglio perché so che c’è lui che che ti guida benissimo. Anche umanamente, perché viviamo tutto il giorno insieme, andare così d’accordo, essere così amici, aiuta perché ti fa star bene e quindi è stato facile anche quest’anno da quel punto di vista”.  

Sono le 18 del pomeriggio, sale sul palco e gli dà anche una sistemata togliendo le poltrone e il tavolo presenti perché non servono, affronta la sala gremita dove tutti i posti a sedere sono occupati molte le persone in piedi ai lati della tensostruttura.

Il suo non è solo un monologo, è un vero e proprio concerto intervallato da numerosi e fragorosi applausi del pubblico ed anche da qualche rumore fuori campo come le campane e uno che passa ogni tanto con una cassa amplificata sulle spalle, tanto da fargli dire che Rio de Janeiro non è niente in confronto a Prato.

“Anche il silenzio è musica, tutto quello che ha senso nella vita è musica, noi siamo musica, ognuno è una vibrazione di un concerto – dice – ci sono quelli un po’ più stonati, quelli più armoniosi, altri che invece che fanno sonorità strane, ma servono anche quelle per creare delle dissonanze.

È tutto un concerto, soltanto che noi viviamo la vita con la presunzione di essere i direttori d’orchestra. Tutti i giorni ci mettiamo lì a dirigere quello che succede intorno a noi e nessuno, e niente ci dà retta.

Dovremmo avere il coraggio di ascoltare la musica della vita e ballare, non dirigerla, ma ballare alla musica che la vita ti manda, un giorno ti manda rock e ti scateni, il giorno dopo un pezzo romantico e allora via, lingua in bocca al primo che passa”.

Il sogno di Genovesi all’inizio era quello di suonare ma non gli riusciva molto bene, quindi ha cominciato a scrivere. “Il nostro territorio eccelle nell’arte del racconto, la Toscana è una terra dei grandi maestri del racconto e anche quella lì è musica e la sapevo fare un po’ meglio”.

A tale proposito racconta che da bambino a Forte dei Marmi rimaneva affascinato dai racconti delle persone anziane che riuscivano a catturarlo con le loro parole, mettendoselo “in tasca”. Altra fonte di fascino erano gli spettacoli dei burattini che seguiva per ore perché lasciato a seguire lo spettacolo che cominciava alle tre e replicava fino alle sei, da un’amica di sua mamma che lo accompagnava volentieri perché aveva un secondo personale scopo.

La chiave di volta della sua vita è stato sicuramente l’affetto della famiglia in cui è cresciuto, da sua madre alle zie. “Ho avuto una grandissima fortuna che augurerei a tutti, ho avuto dei genitori che non mi hanno mai rotto… Mia mamma mi ha fatto molto giovane, aveva 18 anni, era praticamente mia sorella mi ha sempre detto: l’unica cosa che mi devi fare per farmi contenta è essere contenta. Non voglio altro. E m’ha cresciuto così”.

Genovesi racconta molti aneddoti della sua vita affascinando il pubblico presente che lo segue attento e divertito al tempo stesso confermandogli che ha imparato molto bene la sua musicalità del racconto.

Al termine uno degli episodi della sua vita che l’ha cambiata per sempre. “La vita è questa cosa qua, poi noi possiamo far fingere di portarla da una parte e l’altra. La vita è, io mi innamoro di una persona che lavora in un bar, voglio andare a parlarci ma sono soprappensiero, attraverso la strada e mi investe una macchina. Finisco in ospedale e finisco per fidanzarmi con l’infermiere o l’infermiera. Io come ho iniziato? Sognavo di scrivere, mandavo dei manoscritti ma non mi rispondeva nessuno. Poi mi arriva una lettera manoscritta di Elvira Sellerio, che era un “no” ma era un errore perché destinata ad un’altra persona. Intanto continuavo a fare l’aiuto bagnino, il raccattapalle al tennis, il cameriere.

Un giorno mi risponde una casa editrice di medie dimensioni romana, che mi dà un appuntamento. Tutto emozionato vado alla stazione di Viareggio per prendere il treno per Roma ma c’era uno sciopero. Telefono alla casa editrice per chiedere un altro appuntamento ma loro: eh no, allora chissà quando ci rivedremo. Entro nel bagno della stazione di Viareggio, credo per impiccarmi al water, e trovo una signora, anche lei infastidita, di Milano perché doveva andare a Roma. Ci diamo un paio di informazioni, lavorava per una grande casa editrice di Milano.

Molti scrittori, non tutti, ma molti, mi dicono: “come hai fatto a farti leggere da Mondadori?” io rispondo sempre, “nel cesso alla stazione di Viareggio”.  

“Oh, datti da fare nella vita, il treno delle grandi occasioni passa una volta sola! è vero, ed è meglio perderlo”.

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