di Riccardo Agostini
PISTOIA – Un’atleta è una combattente per natura: contro il tempo, contro un’avversaria, contro se stessa. Ma Valentina Petrillo porta le sue sfide anche fuori dal campo di gara: contro i pregiudizi e le convenzioni sociali.
E’ stata la prima atleta transgender a gareggiare tra le femmine alle paraolimpiadi di Parigi 2024 nella specialità dei 200 e dei 400 piani di atletica leggera. Partecipa ai giochi paraolimpici perché dall’età di 14 anni le è stata diagnosticata la sindrome di Stargardt, malattia che le causò l’ipovisione.

Valentina ha presentato il suo libro “Più veloce del tempo, il viaggio della prima atleta transgender verso la felicità”, scritto con Claudio Arrigoni e Ilaria Leccardi, alla Moon Gallery di Pistoia. Una presentazione curata da Paola Bigiarini e Alessandra Querci dell’Associazione Culturale “I Cerchi Parlanti”.
Una biografia, nella quale l’atleta ripercorre i passaggi più importanti della sua vita, compreso il difficile periodo della transizione di genere, arricchita di aneddoti e box informativi per chi si dovesse trovare a compiere le stesse scelte.
“Sono nata in una quartiere povero di Napoli – ha spiegato Valentina – da una famiglia modesta, con il sogno, che si è avverato a Parigi, di emulare Pietro Mennea. Sono una persona fortunata, perché oggi ho la possibilità di raccontare la mia storia. Questo libro autobiografico è uscito da poco e c’è anche un film documentario che si chiama “5 Nanomoli, il sogno olimpico di una donna trans”, che fa riferimento alla concentrazione limite di testosterone consentita alle atlete che intendono gareggiare nella categoria femminile, ovvero 5 nanomoli per litro di sangue, che racconta la mia vita. Sono un po’ il mio manifesto, la mia testimonianza di resilienza in questo mondo che spesso tende a marginalizzarci e ad escluderci dai momenti fondamentali. La mia vita è fatta, invece, di resistenza e voglia di essere. Vorrei che venissero superati certi pregiudizi sulle figure come la mia e che fossimo trattate come tutti. La mia esperienza nello sport forse è ciò che ci mancava, anche se qualcosa per migliorare in questo senso è stato fatto in passato”.

Qualche piccolo passo avanti che le ha consentito di partecipare alle paraolimpiadi.
“Il 2 settembre 2024 ho realizzato il mio sogno. Volevo gareggiare e correre – ha sottolineato – però volevo farlo nel genere femminile. Non è un punto di arrivo, ma di partenza. Il mondo dovrebbe iniziare a guardare in modo diverso le nostre vite. Lo sport non credo sia ancora pronto per questo passo. E’ troppo sessista: divide gli uomini dalle donne ed implica un concetto di superiorità maschile. Il gap tra i generi, invece, si sta assottigliando. Nel 1982 in Italia era stata fatta una legge pioniera, ma non ci sono stati progressi. Siamo ancora fermi lì. Per ottenere la transizione, secondo l’ordinamento italiano, occorre che venga diagnosticata la “disfolia di genere”, che è classificata come una malattia mentale dall’Oms. Per poter cambiare i documenti, quindi, occorre dichiarasi malati e fare una causa legale. In Europa è molto più semplice, basta andare in comune. Vorremmo che le procedure fossero uniformate. Questa è la battaglia politica che stiamo portando avanti. In questo momento, per il colore del governo, è difficile riuscirci”.
Una situazione che Valentina ha a cuore, anche se non si sente un’attivista.
“Sono una persona che fa attivismo, però. Porto avanti le mie battaglie – ha precisato – ma non metto mai su di me un cappello, una bandiera. Dobbiamo uscire da questi confini. Io ho una vita che, da un certo punto di vista, potrebbe essere normale: ho una moglie e un bambino. Penso però che in questo ambito sia importante la conoscenza delle storie personali. Il genere viene costituito dalla società, non c’entra nulla l’orientamento sessuale. Nel mio libro do delle spiegazioni anche sui termini che possono aiutare a far capire. Tante cose non bisogna darle per scontate”.
Lo ha vissuto sulla sua pelle Valentina Petrillo, anche nel ambito familiare al momento del suo caming out, circa 7 anni fa.
“Mio padre – ha detto – all’età di 80 anni è stato il primo che ha digerito questa cosa. E’ Un passaggio difficile, lo so, non è una passeggiata quando un figlio ti dice certe cose. Però è l’amore che ci consente di superarle. E’ stato il primo a chiamarmi Valentina. Per esempio, mio fratello ci ha messo più tempo. La famiglia è importante. La mia mi è rimasta sempre vicina, purtroppo invece ho perso tutti gli amici”.
La serata è stata ricca anche di aneddoti e storie che hanno costellato la sua esistenza e che sono raccolte nel libro. Un libro molto intenso nel quale sono contenuti episodi curiosi, come quando la maestra di inglese ha chiesto a suo figlio di 7 anni perché usasse il pronome “she” per suo padre e lui ha risposto, semplicemente: perché è femmina. Poi ha capito anche lei, ma i bambini con la loro innocenza ci arrivano prima e più facilmente.
“Questo succede anche per la politica – ha concluso – che è sempre molto indietro rispetto al pensiero dei giovani e alle nuove esigenze della società. Così come non capisco certe posizioni intransigenti dei cattolici più conservatori. Io sono credente, tant’è che vado sempre in chiesa a far benedire le mie scarpe prima di ogni gara”.
Intanto, Valentina continua a correre verso Los Angeles 2028, nonostante il presidente Donald Trump stia facendo di tutto per impedire la partecipazione delle persone transgender alle gare femminili della prossima Olimpiade americana. “Voglio esserci”, sono state le parole di Valentina prima di chiudere l’incontro.









