mercoledì, Settembre 9, 2026

La fattoria Jandaia e la sua torre, “feudo” montalese dei Bastogi

MONTALE – Una villa dalla storia secolare, una curiosa torre a forma di “faro”, una famiglia tra le più ricche e influenti dell’Italia postunitaria.

Ci troviamo a Montale, lungo la trafficata via Garibaldi che collega il centro residenziale del paese con la stazione ferroviaria e le aree produttive ai confini con i comuni di Agliana e Montemurlo. E proprio su un lato della strada, circondata da una zona industriale di aziende e capannoni, si trova una villa con annesso parco, “segnalata” a chi provenga da entrambe le direzioni da una curiosa e particolare torre di mattoni rossi che ricorda per certi versi quella di un faro in riva al mare.

È la villa Jandaia, ex dimora signorile con annessa fattoria dalla storia molto interessante da raccontare, che ci riporta alla Toscana granducale, al periodo risorgimentale, ai grandi mutamenti politici intervenuti alla metà dell’Ottocento e alle fortunate vicende di una famiglia che ne tenne per decenni il possesso e che ha legato il proprio nome a questa villa montalese, meno nota della vicina Smilea ma altrettanto significativa dal punto di vista storico e architettonico.

Una veduta della villa jandaia con la sua torre da via Garibaldi a Montale (fotografie di Andrea Capecchi)

Edificata nel corso del Settecento, la villa si compone di una serie di strutture e ambienti diversi, che nel corso dei decenni si andarono ad ampliare e definire: nel “catasto francese” del 1813, così chiamato perchè realizzato durante il periodo dell’occupazione napoleonica, la “fattoria Jandaia” appare ancora costituita da un unico corpo trasversale rispetto alla strada, sito in località Molino di Sopra e circondato su tre lati da terreni agricoli.

Nel catasto generale toscano del 1834, fondamentale documento per un’indagine sui patrimoni nell’età del granduca Leopoldo II, la Jandaia è indicata come una villa con annessi poderi, costituita da diversi quartieri padronali con granai, cantine, stalle, tinaia, una piccola cappella e sacrestia – la cui semplice facciata in pietra scura è ben visibile dalla strada – e un boschetto di agrumi. Nello stesso catasto è riconoscibile anche la struttura circolare della torre, dalla forma “a colonna” o “a faro” con restringimento e terrazzino all’apice: un edificio curioso e senza eguali nella zona, che in realtà svolgeva la funzione di essiccatoio per foglie di gelso utilizzati per nutrire bachi da seta.

La fattoria Jandaia composta da un unico edificio come compariva nel catasto francese del 1813

Una fattoria che si andò dunque a dotare di tutte le pertinenze necessarie e ad organizzarsi come un’efficiente azienda agricola nella prima metà dell’Ottocento, in conseguenza di un significativo cambio di proprietà. Infatti nel 1811 venne acquistata da Michelangelo Bastogi, “negoziante possidente” di una ricca famiglia di Livorno in quell’epoca autrice di una sensibile ascesa sociale, tanto che nel 1838, come documentato da un fascicolo presso l’Archivio di Stato di Firenze, Michelangelo vide esaudita la sua agognata ammissione alla nobiltà livornese.

Commerciante e uomo d’affari, forse originario di Civitavecchia, che a Livorno aveva trovato un ambiente dinamico e ideale per sè e per la propria famiglia, grazie alla sua abilità e intraprendenza Michelangelo riuscì ad accumulare un patrimonio considerevole, iniziando a diversificare gli investimenti con i proventi delle sue fortune economiche. L’acquisto della fattoria Jandaia – che da quel momento divenne, nella memoria popolare, villa Bastogi – va letto proprio in questo contesto di impiego dei vari capitali sia in ambito commerciale, sia nel possesso fondiario, per il quale la fattoria montalese si mostrava eccellente.

L’insolita e curiosa torre, in realtà essiccatoio per foglie di gelso

Il patrimonio di Michelangelo passò poi in eredità al figlio Pietro (1808-1899), figura eminente di finanziere e uomo d’affari, azionista in vari settori dell’economia toscana dalle compagnie di navigazione alle miniere di ferro, nonchè fondatore della Banca Nazionale Toscana grazie anche ai suoi buoni uffici con i banchieri Rothschild di Parigi, che nell’occasione gli prestarono un’ingente somma. Alla metà dell’Ottocento i Bastogi rappresentavano una vera e propria “holding” con ramificazioni anche al di fuori dei confini toscani, e Pietro, che in gioventù era stato molto vicino agli ideali patriottici e mazziniani, decise di affiancare a quella imprenditoriale una carriera politica nella quale avrebbe riscosso eguale successo.

Nel 1859 fu membro del governo provvisorio toscano presieduto dal barone Bettino Ricasoli, e l’anno seguente, con l’annessione della Toscana al Regno di Sardegna, fu eletto al parlamento subalpino: a Torino si guadagnò presto la stima di Cavour e dell’amico Ricasoli, ricoprendo l’incarico di Ministro delle Finanze sotto i loro governi, e negli anni seguenti continuò a intrecciare politica e affari – con la fondazione della Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio e la creazione della Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali e della compagnia assicurativa Fondiaria – venendo eletto deputato per tre legislature dal 1867 al 1876 e senatore del Regno per quattro legislature dal 1890 alla morte.

L’azione di Pietro Bastogi non fu priva di ombre e di fondati sospetti di speculazione e corruzione, tra conflitti d’interesse e una condotta tutt’altro che responsabile nel campo dell’edilizia, che contribuì a far crollare il settore e a generare il famoso scandalo della Banca Romana. Alla sua morte lasciò ai figli un piccolo “impero” tra proprietà fondiarie e immobiliari, investimenti e dividendi, titoli e azioni di società (queste ultime stimate per un valore di oltre 17 milioni di lire): anche villa Bastogi con la sua torre passò in eredità ai successori, che però a inizio Novecento la vendettero alle sorelle Carandini, tutte e tre non sposate, che vi venivano a trascorrere l’estate. Una cartolina in bianco e nero datata 1941 raffigura il cortile interno e il corpo centrale della fattoria Jandaia, indicata adesso come “villa Carandini di Montale” dal nome delle nuove proprietarie.

Veduta laterale della fattoria lungo via Garibaldi con la facciata in pietra scura della cappella

Nel secondo dopoguerra la villa andò incontro ad altri passaggi di proprietà e a una fase di abbandono, interrotta grazie all’acquisizione dell’immobile da parte dell’imprenditore Lido Pecchioli che ha avviato una ristrutturazione a uso abitativo degli ambienti dell’ex fattoria e ha dato vita a spazi per attività culturali e professionali. Oggi villa Jandaia offre, tra gli altri servizi, l’affitto degli ambienti restaurati dell’ex fattoria per eventi di vario tipo e uno studio creativo, configurandosi come un interessante “polo” di innovazione a Montale, capace di unire passato e futuro.

E la sua alta torre è ancora lì, a svettare e a segnalare da lontano la presenza della villa.

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