mercoledì, Settembre 9, 2026

Riposare a dicembre! Memorie di un sedicenne nelle campagne dello sfruttamento e della speranza

di Francesco Lauria

“Io quando riposare? Beh, riposare a dicembre”.
No, non ricordo il suo nome, ed è sfumato nella mia memoria persino il suo volto.
Siamo all’inizio dell’estate del 1996. Ne avevo ancora sedici, ma per vezzo, visto che mancava poco, dicevo a tutti di avere diciassette anni.
Non ricordo perché, in quel giugno particolarmente assolato, avevo imboccato la via delle campagne, dall’estrema periferia sud-est di Parma, in cui allora vivevo, con la bicicletta e non con lo scooter.
Mi ero fermato in quattro o cinque campi. Iniziava la stagione delle cipolle, sarebbe, solo poi, succeduta quella della raccolta del pomodoro.
A tutti i “padroni”, che riconoscevo spesso solo con uno sguardo, chiedevo una sola cosa: “Avete bisogno, quanto pagate?”
Sarebbe stata la mia prima, di tante estati di lavoro. O meglio, metà estati di lavoro e metà di vacanza e impegno civile.
Ero fatto così, fin da piccolo.
Fu, anche, la mia unica estate passata (per poco, in realtà) a lavorare in campagna, sotto il sole cocente.
Ho sempre poi preferito le fabbriche: chimiche, metalmeccaniche, agroalimentari, prevalentemente a Parma, in un caso spingendomi, attraverso la via Emilia, oltre il confine reggiano.
Solo una volta sarei stato impiegato nei servizi (Autogrill San Martino, A1 tra Parma e Reggio Emilia, in pieno esodo estivo) e anche lì non andò male.
Ma la campagna no, quella, per me, era più dura.
Nessun giorno di riposo, sveglia alle cinque del mattino, dieci-dodici ore di lavoro. Non pochi chilometri in scooter da percorrere (come avevo fatto in bicicletta la prima volta? Mah, ero giovane!)
Il padrone, senza le virgolette, in quel caso, era una donna.
Sui cinquanta-cinquantacinque anni; no, il suo volto non l’ho mai dimenticato.
Non ho mai dimenticato nemmeno il suo fuoristrada e il suo binocolo, stile piantagioni sudiste del film “Via col Vento”.
Ci osservava da lontano, controllando che non chiacchierassimo e che non perdessimo troppo tempo ad arrivare ad una rudimentale fontana, dove sgorgava un po’ d’acqua, non fresca, e sicuramente non adamantina.
Nelle campagne del Parmense quei campi si alternavano, a volte convivevano, con i caseifici del parmigiano reggiano. Ora ci sono più case, più cemento, e meno appezzamenti.
È il noto: “consumo di suolo” che ha peggiorato il clima della regione, pur con importante vocazione agricola, più inquinata d’Europa: la pianura padana.
Torniamo al mio collega africano, uno dei non tanti con la pelle nera.
Molti di più erano gli albanesi (siamo pur sempre nel pieno degli anni Novanta, quelli della “loro” immigrazione nel nostro paese). Non particolarmente socievoli, facevano gruppo quasi solo fra di loro.
E quando i bancali (ero mingherlino in quella fase) sembravano troppo pesanti per me, mi prendevano anche in giro.
Lui no.
Mi sorrideva e lavorava volentieri con me, anche se ero un po’ una pippa.
Mi sembrava davvero incredibile, perché io tornavo a casa distrutto, con il desiderio assoluto di farmi una doccia gelata, ma il mio collega non finiva le fatiche con la raccolta delle cipolle, sotto lo sguardo vigile e inesorabile del binocolo della padrona.
Lui, la sera, faceva anche il cameriere.
Non aveva avuto, però, molto tempo di imparare la nostra lingua.
Di qui, quella risposta all’infinito.
“Riposare? Riposare a dicembre”.
Non l’ho mai dimenticata quella frase. Le ore lavorate, a giornata, sette giorni su sette, secondo i miei calcoli, diventavano almeno sedici.
Così come non ho mai dimenticato il giorno che mi si sfasciò addosso, in quel caso senza nessuna mia colpa o negligenza, un grande bancale di cipolle.
Ero a fine turno, già stanchissimo.
No, allora non sapevo nemmeno cosa fosse, direi, un sindacato.
Mi interessavo di politica, questo sì, ma al modo dei sedicenni: molti ideali, molta prosopopea, scarsa concretezza.
Il bancale si rovescia, tutto, sul mio braccio destro.
Il dolore è forte, ma siamo a fine turno, la padrona, mi osserva scrupolosamente con il binocolo.
Ha l’aria di chi non vuole guai, non c’è nessun interesse umano, nel suo sguardo.
Vede che non ce la faccio più.
Mi dice, spiccia, vai a casa, ci vediamo domani.
Non mi vedrà, credo, mai più.
Torno a casa, incredibilmente, con lo scooter, la ferita, il dolore, come la giornata sono ancora caldi.
Salgo le scale del mio appartamento, saluto velocemente mia madre.
Entro, come sempre, nella doccia.
Non riesco a tenere alzato il braccio. Il dolore è sempre più forte.
Mio padre mi accompagna al pronto soccorso di Parma.
Frattura, per fortuna non scomposta, allo scafoide, tre mesi di gesso e, addio alla raccolta delle cipolle.
Non ho salutato il mio collega africano e nemmeno quella ragazza bellissima che guardavo sempre con la coda dell’occhio e che non trasportava quasi mai i bancali con me, perché evidentemente non mi considerava abbastanza forte.
Di lei non ricordo il nome, forse non l’ho mai saputo, ma il volto, quello sì è stampato nella mia memoria selettiva di ex adolescente.
No, non ero assicurato.
Nessuno me lo aveva chiesto e nemmeno io l’avevo, nemmeno minimamente, considerato.
Mi interessava racimolare più soldi, possibile, sentirmi grande, pagarmi da solo le mie prime vacanze al mare con gli amici.
Sarei andato, a fine agosto, anche in montagna, al passo del Tonale, avevo vinto un concorso con un tema sull’Europa e una vacanza studio per “secchioni”.
All’epoca, siamo prima non solo della Legge Biagi, ma anche del Pacchetto Treu, c’era una enorme scappatoia, per i datori di lavoro, in caso di infortuni.
Si poteva assumere formalmente fino a tre giorni dopo il primo giorno di lavoro.
Così era davvero facile accomodare le cose.
Anche io fui assunto, quello era, solo, il mio terzo giorno di lavoro, non avevo nemmeno troppo infranto delle regole, del tutto inadeguate per difendere i lavoratori e le lavoratrici.
Fu quella l’estate in cui, giocando a ping pong in montagna, con l’enorme gesso, scoprii di essere un “mancino represso”.
Cioè: io scrivo e mangio con la sinistra, ma calcio, batto, faccio tutte le azioni sportive (se così le vogliamo generosamente chiamare nel mio caso) con la destra.
Mi ero corretto da solo, da piccolo.
A volte si diventa “destri” per assuefazione e per emulazione, non per indole naturale.
Insomma alla fine della vacanza studio, battevo orgogliosamente tutti, a ping pong, usando la mano sinistra.
Un vezzo che mi prendo ancora oggi, quando mi sento sicuro del mio avversario, giocando con racchette e palline.
In quei giorni imparai cosa significassero le parole: “infortunio in itinere” e “Inail”.
Tirando le somme un significato non poi così male per me.
Tre giorni di lavoro (trentasei ore effettive però) e un mese, pieno, di vacanza pagata.
Poi avrei imparato anche cosa fossero i diritti, la dignità, la tutela e la rappresentanza del lavoro.
Ma allora, avevo ancora sedici anni anche se dicevo a tutti e soprattutto a tutte, di averne diciassette.
Esattamente venticinque anni dopo, nel luglio del 2021, mi sarei trovato a Fiesole, con una mia collega, a prendere un gelato, dopo aver terminato un corso di formazione sindacale.
Mi sarei collegato, un po’ di nascosto da lei, alla riunione online del personale della sede confederale di via Po, convocata per lanciare il percorso formativo per i dipendenti della sede confederale del sindacato.
Di cui facevo e, per ora, faccio ancora parte, pur essendo distaccato presso il Centro studi di Firenze.
Intervenne l’allora segretaria nazionale organizzativa, con delega al personale, oggi anche segretaria generale.
Le sue parole non le avrei mai dimenticate, come quelle del mio collega africano di venticinque anni prima.
“Io dovrei farvi andare a lavorare sul serio. In una delle nostre sedi periferiche. Per un mese. Non di più, perché voi non siete abituati e costereste troppo in spese mediche…”
Ricordo che guardai i begli occhi distratti di Silvia e il gelato mi andò di traverso.
Quel giorno, dopo il silenzio di tutti i colleghi e le colleghe (e anche il mio) maturai una decisione.
Pochi mesi più tardi sarei stato eletto rappresentante dei lavoratori e lavoratrici “pigri” di via Po e dintorni.
In tre anni e mezzo avrei incontrato la segretaria, per una riunione di maniera e per tutti inconcludente, solo una volta, nel giugno 2023.
Esattamente ventisette anni più tardi la mia breve estate della raccolta delle cipolle.
Al di là che l’infortunio l’avevo subito davvero, non ero costato nulla di spese mediche, era stato tutto coperto dal Servizio sanitario nazionale e la mia padrona degli anni Novanta, avrebbe continuato a lungo a scrutare, imperterrita e impunita, i lavoratori nelle campagne parmensi, con il suo binocolo.
Tra il 2022 e il 2025 avrei anche approfondito, grazie al sindacato e alla categoria degli agricoli della Cisl, la Fai, cosa significa ascoltare, tutelare, difendere i lavoratori sfruttati nei campi.
Sarei stato con mio miglio undicenne nel ghetto di Borgo Mezzanone, nel foggiano, dove le persone muoiono senza nome, e le si ribattezza, comunque: “Hope, Speranza”.
Avrei conosciuto Francesca, ricercatrice e “sindacalista di strada e dei campi” che si è inventata nuove idee e percorsi di tutela innovativi per i senza nome e i senza volto.
Trovate un articolo di Francesca qui, pubblicato su il Diario del lavoro: https://www.ildiariodellavoro.it/il-sindacato-di-strada-e-la-tutela-dei-lavoratori-immigrati-2/
Leggerete degli incontri di casa Sankara, un nome che ci insegna, ancora oggi, cosa significano quattro parole: testimonianza, lotta, visione, sacrificio.
Ma penso anche a Balbir Singh e al suo racconto condiviso con il sociologo sempre in azione Marco Omizzolo: le sue almeno sedici ore al giorno (come il mio collega africano), sette giorni alla settimana, 365 giorni all’anno. A soli ottanta chilometri da Roma, nell’Agro Pontino.
Un inferno vissuto in un Paese democratico che afferma di essere fondato sul lavoro.
Balbir ha però deciso di non rassegnarsi e di ribellarsi, di combattere per la sua e nostra dignità, rischiando la vita più volte.
Un uomo in rivolta, come direbbe Albert Camus, la cui lotta ed esempio sono il più grande antidoto contro ogni forma di razzismo, fascismo, violenza, sfruttamento e schiavismo.
Balbir, bracciante indiano.
Il mio collega senza nome e senza volto, venuto da una delle tante Afriche.
Sono loro le persone, gli interlocutori, il cuore e il destino del sindacato.
Quello vero.
Quello che non si occupa dei corridoi dei sindacalisti, ma della “strada”, del cammino, della nuda Vita delle persone in carne ed ossa.
E che, tra pane e rose, poesia e prosa, desideri e bisogni, sogni e visioni, non morirà mai.
Nonostante tutto.

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