PISTOIA – Sono passati quattordici anni dalla scomparsa di Mino Martinazzoli. Un tempo sufficientemente lungo per comprendere appieno quanto la sua figura sia stata anomala, persino scomoda, nel panorama politico italiano. E quanto oggi manchi — non tanto per nostalgia, quanto per necessità.

Martinazzoli fu l’ultimo segretario della Democrazia Cristiana, testimone e protagonista di una stagione complessa, tormentata, segnata da Tangentopoli e dal crollo della Prima Repubblica. Gli toccò il compito ingrato di guidare un partito che stava per spegnersi, cercando di difenderne l’anima quando ormai la forma era diventata insostenibile. A lui si deve la nascita del Partito Popolare Italiano, un tentativo — purtroppo breve — di salvare un’identità e un patrimonio valoriale senza cedere al trasformismo o all’opportunismo.
Ma Martinazzoli non fu solo un dirigente politico. Fu, prima di tutto, un uomo integro. Un giurista rigoroso, un cattolico democratico autentico, un servitore dello Stato con il culto della misura e della verità. Lo capì chiunque ascoltò il suo straordinario discorso al congresso del 20 febbraio 1989, quello che sarebbe stato l’ultimo della Dc. Un intervento denso, appassionato, lucido, che si concluse con parole che oggi dovrebbero essere scolpite nella coscienza civile del Paese:
“Alla fine di questo nostro impegno, al quale sinceramente ci sentiamo evocati, non c’è una soddisfazione personale che valga l’idea di avere servito senza inganni e senza rimorsi questa grandezza, questa ragionevole speranza, questa splendida intuizione che è un’idea democratica e cristiana.”
Martinazzoli non cercava il potere, e per questo era autorevole. Fernando Proietti lo definì “un uomo che non ha il potere di tessere, ma l’autorevolezza di chi non teme l’isolamento”. Lui stesso si autodefiniva, con ironia, “un lanzichenecco solo”. Ma quella solitudine era il prezzo di un’indipendenza interiore incorruttibile.
Era uno “strano democristiano”, come ricorda il titolo del saggio-intervista di Annachiara Valle, in cui raccontava sé stesso con quella sobrietà che lo caratterizzava. Non era fatto per i riflettori, né per i compromessi, né per la politica-spettacolo. La sua era una politica che si nutriva di idee, di valori, di servizio. “Le idee non valgono per quel che rendono, ma per quel che contano” diceva, offrendo così un manifesto etico in totale controtendenza con la logica della rendita e della convenienza.
Mino Martinazzoli era un politico colto, mite, capace di distinguere — senza separare — fede e laicità, morale personale e responsabilità pubblica. Credeva nell’Europa dei popoli e dei valori, e non a caso godeva della personale stima di Helmut Kohl. Ma soprattutto, credeva nella giustizia, nella libertà, nei diritti fondamentali della persona. La sua adesione alla Dc era frutto di una visione, non di un calcolo.
Oggi, in un tempo in cui la politica è spesso ridotta a comunicazione istantanea, consenso immediato e fedeltà cieca, il nome di Martinazzoli suona quasi inattuale. Ma è proprio per questo che è importante ricordarlo. La sua inattualità è la sua forza. È un monito. Un invito alla serietà, alla coerenza, all’umiltà. A quel senso di servizio che non fa rumore, ma lascia tracce profonde.
Ecco perché, quattordici anni dopo, ricordare Mino Martinazzoli non è solo un atto di memoria. È un gesto politico, nel senso più alto del termine. Perché c’è ancora bisogno, oggi più che mai, di “servire senza inganni e senza rimorsi”.
Giuseppe Corizzo, Associazione “Più Uno – Pistoia”









