mercoledì, Settembre 9, 2026

L’inganno della “normalità” nell’ultimo libro di Vera Gheno

PRATO – Che cosa significa “essere normali”? Chi ci fa credere di esserlo e perchè? Qual è il riferimento o il metro di paragone, se esiste, del concetto di “normalità”?

In un incontro al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci la sociolinguista Vera Gheno, in dialogo con l’Associazione Ipazia Prato, ha presentato al pubblico il suo ultimo libro, dall’emblematico titolo “Nessuno (scritto con lo schwa) è normale” pubblicato da Utet.

Vera Gheno ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca dove ha approfondito le tematiche inerenti la lingua e il suo impatto sociale e culturale, e attualmente svolge l’attività di ricercatrice presso l’Università di Firenze; nell’ultimo decennio ha pubblicato numerosi saggi riguardanti l’uso delle parole per una comunicazione più inclusiva e si è occupata anche di femminismo intersezionale e diritti delle persone transgender.

Alcuni scatti dall’incontro con Vera Gheno al Centro Pecci di Prato (fotografie di Andrea Capecchi)

La discussione attorno al volume parte in realtà da un’anticipazione della conclusione finale: “la normalità è un costrutto culturale e sociale – afferma l’autrice – perché la normalità è ciò che segue la norma, e la norma è ciò che definisce quello che è normale. Di conseguenza già da un punto di vista lessicale, basta verificare consultando un vocabolario, il termine normalità ci porta in un circolo vizioso e si rivela fallace perché si tratta di una parola autoreferenziale.

Un altro errore che spesso commettiamo è quello di sovrapporre i concetti di normale e naturale, per cui ciò che è normale si identifica con ciò che rispetta o è in linea con l’ordine naturale. Non è affatto così, basti pensare a tutto il dibattito attorno alla famiglia naturale o tradizionale che in realtà è un’invenzione degli ultimi trecento anni, perché fondata su principi di carattere sociale, culturale e religioso che cambiano in relazione al contesto. Se leggiamo la Bibbia, tanto per fare un esempio, ci accorgiamo che il concetto di famiglia presso l’antica civiltà ebraica era molto diverso da quello che oggi ci viene proposto e venduto come tradizionale, trovare lì una famiglia naturale è un compito molto arduo!”.

Vera Gheno affronta poi il problema dei parametri e delle classificazioni che utilizziamo per “etichettare” il concetto di normalità, collegando questo problema con quello della lingua e del lessico che usiamo tutti i giorni. Le parole della nostra lingua hanno infatti il potere di escludere o includere, accogliere o discriminare, e ci portano anche in maniera inconsapevole a formulare giudizi o a dare conferma ai nostri pregiudizi.

“Il linguaggio è uno strumento del potere e un indicatore di violenza o prevaricazione – prosegue – basti pensare ai titoli di alcuni giornali o ai risultati delle nostre ricerche in rete che possiamo vedere con grande frequenza in questo drammatico periodo di caos globale. Ci sono dinamiche di potere difficili da abbattere che stanno dietro all’uso di una lingua: quando sentiamo parlare di stranieri o di extracomunitari, di morti o uccisi in un conflitto, siamo di fronte a scelte lessicali ben precise che ci vogliono veicolare un certo tipo di pensiero, verso il quale ci dobbiamo porre in maniera critica e consapevole”.

Centrale nel libro è il tema della disabilità e dei corpi disabili, che l’autrice pone in maniera problematica e inserisce nel contesto di una società che non è programmata ad accogliere o ad accettare queste persone.

“La disabilità ci rivela come la normalità sia una costruzione arbitraria e verticale, che viene imposta dall’alto, e dal carattere relativo. Chi è la persona disabile e quella normale? Io soffro di una leggera miopia, grazie agli occhiali posso vedere come gli altri, ma penso spesso che in un’altra epoca e in un altro contesto io sarei stata considerata una persona disabile, con tutte le conseguenze che purtroppo ancora oggi vivono queste persone.

Il rischio opposto è quello di santificare o elevare sul piedistallo certi individui disabili per farli diventare una sorta di eroi o icone, dei modelli positivi che nonostante la loro disabilità hanno raggiunto obiettivi e traguardi ritenuti per loro impossibili. In questo modo di comportarsi, seppur spesso in buona fede, noi commettiamo un errore, perché invece di considerare il disabile una persona come tutte le altre ribadiamo la sua eccezionalità e il suo essere diverso”.

L’autrice polemizza poi contro un certo modo di narrare la storia del mondo che risente di un’impostazione discriminatoria, con la civiltà europea posta in una posizione di supremazia e di superiorità rispetto alle altre culture e alle storie degli altri continenti. Così come non vengono risparmiate critiche a una certa politica, a un certo giornalismo e a un sistema di potere che fa di tutto per tracciare un solco tra ciò che è percepito come normale e ciò che invece si pone al di fuori della normalità, in una visione manichea da “noi e loro” che esclude chi è giudicato “diverso” da quel medesimo potere, e porta a una società chiusa, ottusa, dogmatica, incapace di accettare la convivenza e il confronto.

Per Vera Gheno c’è bisogno di spingere verso un cambiamento che parta dal linguaggio e dalle pratiche quotidiane per costruire una società più aperta e inclusiva, fuori dagli schemi di una “normalità” escludente e ingannevole.

“Viviamo in un sistema politico, sociale e culturale che ci spinge dentro i canoni della normalità – conclude – canoni che non hanno alcuna base scientifica e che sono imposti dal potere con una tale convinzione e un tale radicamento, che finiamo noi stessi per autoimporceli. Se ci liberiamo da questi pregiudizi scopriremo che siamo tutti normali, o meglio che siamo tutti diversi gli uni dagli altri, e che sta proprio in questa diversità la nostra straordinaria ricchezza”.

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