LIVORNO – Un itinerario retrospettivo sull’opera pittorica di Giovanni Fattori che mette in luce il carattere innovativo e per molti aspetti rivoluzionario dei suoi dipinti, sia nello stile e negli effetti cromatici, sia nella scelta dei soggetti rappresentati.
Livorno celebra il bicentenario della nascita del pittore Giovanni Fattori, uno dei maestri dell’arte naturalista e tra i principali esponenti della corrente toscana dei Macchiaioli, con una mostra a lui dedicata all’interno dei suggestivi ambienti del Museo Civico di Villa Mimbelli, che resterà aperta al pubblico fino al prossimo 11 gennaio.
Estesa su tre piani e comprendente molte opere che di rado sono visibili e accessibili ai visitatori perché appartenenti a collezioni private, l’esposizione è un viaggio affascinante nella vita e nella vicenda artistica di questo illustre livornese, che come altri concittadini trasse spunto dalla vita quotidiana e dai paesaggi del mare e della campagna labronica per la realizzazione dei suoi quadri, ma ebbe il merito di sapersi allontanare dai più rigidi modelli accademici per sperimentare una pittura innovativa sia nello stile, sia nei temi trattati.
La “rivoluzione della pittura” di Fattori, come recita il sottotitolo della mostra, non fu il frutto di un’intuizione improvvisa, ma il punto di arrivo di un percorso di ricerca e di rielaborazione dei modelli provenienti dà l’impressionismo francese che caratterizza l’attività di Fattori e degli altri Macchiaioli suoi amici e allievi dagli anni Sessanta agli anni Ottanta dell’Ottocento.

Dopo le prime esperienze pittoriche giovanili che alternano vedute paesaggistiche ed entusiasmi risorgimentali, una prima e fondamentale svolta nell’opera di Fattori avviene nel 1859, anno denso di avvenimenti in Toscana con l’abdicazione del granduca Leopoldo II e lo sbarco a Livorno di un corpo d’armata francese a sostegno dei Savoia durante la seconda guerra d’indipendenza contro l’Austria: proprio quest’ultimo fatto spinse il pittore a realizzare una serie di dipinti che raffigurano gruppi di soldati francesi in ricognizione sulla costa livornese. È l’inizio di un ricco e fortunato filone che segnerà anche nei decenni successivi la pittura di Fattori, con i numerosi dipinti a soggetto militare dove però l’attenzione dell’autore non si concentra sul momento eroico e drammatico della battaglia e sullo scontro tra gli eserciti, ma su ciò che accade nelle retrovie, dove trovano spazio i sentimenti più umani e le attività quotidiane che segnano la dura vita dei soldati.
Nei quadri di Fattori, alcuni di notevoli dimensioni, la guerra è presente ma è spesso sottintesa e appare sullo sfondo, mentre in primo piano ecco che i protagonisti diventano i carri ambulanza che portano via i feriti dal campo di battaglia senza fare distinzione tra italiani e austriaci, i soldati in marcia, le suore e gli addetti all’infermeria, le salmerie, i carretti delle vettovaglie. Visioni realistiche e antieroiche che colpiscono e sorprendono lo spettatore e che raggiungono uno dei loto vertici nel dipinto “Il campo italiano durante la battaglia di Magenta”, reinterpretazione originale dello scontro avvenuto in questa località durante la guerra tra piemontesi e austriaci.

Gli anni Sessanta dell’Ottocento nella produzione di Fattori si aprono con il cosiddetto “ciclo georgico” contraddistinto da scene di vita quotidiana e rurale ambientate nella campagna dell’entroterra labronico: per l’artista l’incontro con la campagna si traduce in una vera e propria epifania, dal momento che, almeno in una fase iniziale, la sua ricerca è volta a celebrare le antiche virtù contadine come semplicità e frugalità e la purezza quasi incontaminata della vita agreste, in una contrapposizione ideale con il mondo urbano. Quasi un idillio virgiliano che ci consegna opere di rara schiettezza come “Le acquaiole” e altre immagini di donne contadine intente nei lavori quotidiani, colte dall’artista nella semplicità ripetitiva e consuetudinaria dei loro gesti.
Negli stessi anni l’attenzione di Fattori si concentra anche su soggetti a tema marittimo, con una ricca serie di paesaggi della costa livornese. Ma più che le vedute e i panorami sono le attività umane a catturare l’interesse dell’artista in particolare dopo il 1867, anno segnato da un grave lutto per la scomparsa prematura della moglie, quando fattori inizia a trascorrere lunghi soggiorni a Castiglioncello e a stringere rapporti di amicizia e collaborazione con altri pittori che in questa località marittima hanno trovato non solo pace e riposo, ma anche nuova linfa ispiratrice per le loro opere.
Da alcuni anni è già attiva la cosiddetta “scuola di Castiglioncello”, termine convenzionale per indicare quella corrente all’interno dei Macchiaioli in cui la sperimentazione pittorica si unisce all’attenzione verso scene di vita contadina e rurale, colte non più attraverso il filtro di una idealizzazione di ascendenza classica, ma in maniera molto più aderente alla realtà.
Questa nuova tendenza appare evidente nella saletta che ospita una serie di dipinti di “bovi al carro”, che rivelano lo studio sulle macchie e sulla resa cromatica del paesaggio attraverso una serie di rapide pennellate dai colori ora tenui e ora brillanti. I buoi, così come i soldati, rappresentano uno dei soggetti più ricorrenti nell’intera opera pittorica di Fattori, in quanto animali di fatica legati al lavoro nei campi e all’opera di aratura del terreno, che diventano simboli viventi della dura condizione del mondo rurale.
È un cambiamento di prospettiva che giungerà a piena maturazione nel corso degli anni Settanta, anche sotto la spinta e l’influenza dell’impressionismo francese, che si fa sentire anche e soprattutto in una città aperta e cosmopolita come la Livorno del tempo, dando vita a un proficuo dialogo artistico a distanza tra i pittori toscani e i loro colleghi d’Oltralpe.
Il tema della “pittura nei campi” viene ripreso e sviluppato da Fattori in maniera nuova e originale, lontano da qualsiasi forma di idealizzazione o di richiamo agli ideali georgici di matrice classica, ma ponendo l’attenzione al duro lavoro di contadini, boscaioli, mandriani delle campagne maremmane. Nelle opere di questa fase si intravede un’empatica adesione alla sofferenza delle classi contadine e subalterne, tipica di chi si sentiva non un osservatore estraneo, ma parte integrante e partecipe di quel popolo labronico fatto di ruvidi lavoratori con la fronte imperlata di sudore e le mani segnate dai calli.
Il grande dipinto “La mandriana”, tra i lavori più interessanti e significativi di questo periodo, riassume in sé i nuovi caratteri stilistici e il nuovo valore che l’artista livornese attribuisce alla sua arte nella raffigurazione della vita nelle campagne, con la grazia e la semplice bellezza della giovane donna che appaiono velate dalla sofferenza e dalla fatica per una condizione che impone un duro lavoro quotidiano, in un quadro che può essere benissimo tratto da una novella verghiana.

Analoghe novità sono visibili nella pittura di Fattori degli stessi anni a tema militare, con una polemica neppure tanto velata contro la predominante visione eroica del Risorgimento è un’attenzione che si concentra sempre di più su piccoli gruppi di soldati o di uomini impegnati nelle retrovie, lontano dalle grandi composizioni corali che avevano segnato la sua pittura giovanile e altrettanto distaccato da qualsiasi intento puramente retorico o celebrativo.
La mostra, che nel percorso espositivo segue in maniera cronologica l’evoluzione della vicenda biografica e artistica di Fattori, si conclude nell’ultima sala con “Il muro bianco” o “In vedetta”, opera realizzata nel 1874 e considerata uno dei suoi capolavori.

È qui proposto, a catturare e racchiudere l’anima, l’essenza e la sintesi della pittura di Fattori, uno dei suoi vertici artistici: la tecnica della pittura “a macchie” è spinta all’essenzialità di tre colori predominanti, il bianco del lido e del muro, l’azzurro violaceo del cielo, il nero di un cavallo, delle uniformi militari e delle ombre proiettate a terra e sul muro, in una composizione statica, luminosa e allo stesso tempo enigmatica. I tre soldati a cavallo, colti durante un servizio di ronda in un assolato pomeriggio estivo, sembrano immobili in un’attesa eterna, quasi sospesi in un’atmosfera onirica che per certi versi sarà ripesa da De Chirico e dalle Avanguardie della pittura metafisica.
Un’opera che è dunque un “ponte” inconsapevolmente gettato da Fattori verso il futuro e la pittura del nuovo secolo, a testimonianza del carattere realmente innovativo e rivoluzionario di un’artista che nelle sue numerose opere ha saputo cogliere e fissare su tela i dettagli, i gesti, i lavori quotidiani, i sentimenti della realtà a lui contemporanea. Un artista al quale la città di Livorno ha giustamente tributato un meritato ricordo.










