mercoledì, Settembre 9, 2026

“Prendre Soin”: una classe invisibile di lavoratori dai diritti calpestati

PRATO – Un’amara riflessione, condita da un umorismo nero e grottesco, sulle dure condizioni di lavoro di quattro addetti per le pulizie all’interno di una fabbrica.

Il regista e sceneggiatore britannico Alexander Zeldin e la sua compagnia portano in scena al Teatro Metastasio, in prima nazionale, il nuovo spettacolo “Prendre Soin”, una produzione anglo-francese che ha recentemente debuttato al Theatre National di Strasburgo per poi iniziare una tournée in Francia e in altri Paesi europei.

Nel progetto di Zeldin, “Prendre Soin” – in italiano “Stai attento!” – si configura come la prima parte di una “trilogia sulla disuguaglianza” che mira a portare in scena le storie vere di persone appartenenti a quella “classe invisibile” di lavoratori precari alle prese con gravi problemi di sfruttamento, contratti capestro, diritti calpestati o negati. Alla base dello spettacolo, condito da un’ironia amara e grottesca, vi è infatti un’indagine sociale e un periodo in cui il regista e la compagnia sono stati a diretto contatto con donne e uomini impiegati come addetti alle pulizie in Inghilterra con contratti “a zero ore”.

Una scena dello spettacolo “Prendre Soin” (foto di Jean Louis Fernandez)

Lo spettacolo – in lingua francese con sovratitoli in italiano – è ambientato nell’ufficio riunioni, con annessi magazzino e toilette, di una fabbrica alimentare: qui si presentano per un colloquio di assunzione Esther, Susanne e Louise, tre addette alle pulizie segnalate da un’agenzia interinale. Insieme al “veterano” Philippe, ex assistente infermiere da anni nell’organico dell’azienda, ascoltano le parole e rispondono alle domande del caporeparto Nissrin, incaricato di controllare i loro documenti, vagliare i loro profili inviati dall’agenzia e spiegare i dettagli del lavoro, compreso l’utilizzo di strumenti e macchinari piuttosto complessi e pericolosi per le pulizie.

Ci si accorge subito che qualcosa non torna, o meglio che la realtà di questi lavori a brevissimo termine – un contratto due settimane con turno di lavoro notturno più eventuali straordinari, senza la possibilità di richiedere nè ferie nè permessi – si configura come un vero e proprio sfruttamento nei confronti di lavoratori che sono di fatto costretti ad accettare senza fiatare le condizioni imposte dal caporeparto, che non di rado, dietro una falsa apparenza di cortesia, rivela tutta la sua superbia, la sua egolatria e il sincero dispezzo verso i suoi sottoposti.

Già la dimostrazione-flash dell’uso dell’aspiratrice per pulire il magazzino, in barba alle disposizioni di sicurezza e alla necessità di corsi specifici di formazione tenuti da personale qualificato, ci fa capire che le tre lavoratrici si stanno per infilare in un ambiente di lavoro massacrante e tossico, dove solo Philippe sembra essere riuscito ad adattarsi con la sua malinconica rassegnazione.

Fra turni di lavoro sempre più fitti e compiti sempre più gravosi, gli unici momenti in cui i quattro hanno modo di riposarsi e dialogare sono le brevi pause: e qui, nei rapidi scambi di battute, emerge la loro personalità e il loro mondo fatto di sogni, ambizioni frustrate e desideri forse mai più realizzabili, tristezze, rimpianti, ricordi di persone care e di affetti familiari, cocenti delusioni e piccole gioie quotidiane.

C’è chi trova il modo di estraniarsi attraverso la lettura di un appassionante romanzo giallo, chi evade attraverso una musica pop sparata a tutto volume, chi ripensa alla propria vita passata, chi cerca di consolare un figlio che aspetta a casa, chi cerca di nascondere la propria condizione di indigenza per un senso di dignità.

In ogni personaggio emergono paure, fragilità e debolezze, ma anche un senso di naturale solidarietà che presto porta a gesti tanto semplici e banali quanto non assolutamente scontati in un contesto del genere, come condividere un pasto frugale o aiutarsi a vicenda nei compiti più faticosi. Tuttavia ogni iniziativa personale che esce dal rigido sentiero delle direttive assegnate – tu fai questo, lui fa quello e non si discute – suscita gli aspri rimproveri del caporeparto, che anche andando contro la razionalità e il buonsenso non può tollerare che i suoi sottoposti “facciano di testa propria” e osino contestare le sue disposizioni.

Le disavventure dei quattro addetti ci inducono così a una riflessione disincantata sul reale funzionamento di certi sistemi, che Zeldin restituisce con crudo realismo ma anche con una buona dose di umorismo nero e di ironia grottesca, inducendo più volte gli spettatori a un riso amaro di fronte a situazioni che potrebbero sembrare assurde se non si ispirassero a situazioni reali.

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