di Andrea Mori
PRATO – All’Art Hotel Museo si è parlato di mafia attraverso alcune pagine del libro del procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, Il Biennio di sangue. 1993-94. Le menti e gli esecutori materiali degli attentati di Cosa nostra nel continente (Paperfirst, 2025). Un racconto chiaro e preciso di una fase storica buia per il nostro Paese. Le molte persone presenti hanno seguito con grande attenzione l’incontro, anche se inevitabilmente c’era un ‘elefante nella stanza’: la Prato di oggi e la criminalità organizzata (e non solo). Ed infatti, ‘qualcosa’, il procuratore ha detto.

L’evento, curato dall’associazione culturale Koiné, ha visto dialogare con l’autore Alessandro Nencini, già presidente della Corte d’appello di Firenze, Marco Barone, presidente dell’Ordine degli avvocati di Prato, ed Elena Augustin, presidente della Camera penale di Prato. A coordinare la serata è stato il presidente di Koiné, Michele Giacco.
Già dalle prime parole, Tescaroli ha voluto sottolineare la ragione profonda del suo lavoro: “Sono passati più di trent’anni da quei fatti e sempre meno persone conservano un ricordo diretto di ciò che accadde. Per questo è necessario parlarne: per non essere costretti a rivivere quel tragico passato che ha inciso profondamente sulla democrazia.”
Un passato che, come ha fatto presente, coinvolse anche la nostra città. Infatti, l’esplosivo utilizzato nella strage di via dei Georgofili a Firenze fu trasportato e prelevato a Galciana dagli esecutori materiali dell’attentato.
Nel corso del suo intervento, il procuratore ha ricostruito i momenti chiave di una stagione che segnò il Paese: “In 75 giorni, dal 14 maggio al 28 luglio 1993, furono eseguite cinque stragi che colpirono Roma, Firenze e Milano. Dodici morti, ottantaquattro feriti e una tonnellata di esplosivo trasferita dalla Sicilia al continente.” Un piano terroristico eversivo – ha spiegato – elaborato dai corleonesi e che mirava a colpire in modo indiscriminato la collettività.
Durante la serata, Tescaroli ha toccato anche il tema delle trattative tra pezzi dello Stato e la mafia: “Ci trovammo davanti a una parte delle istituzioni che, senza informare l’autorità giudiziaria, decise di interloquire con i mafiosi. È un dato che emerge dalle sentenze e che sul piano morale pone interrogativi ancora oggi.”

L’ex presidente della Corte d’appello di Firenze, Alessandro Nencini, ha offerto una lettura giudiziaria e politica insieme: “Questo libro è importante perché ci restituisce i fatti accertati, non le versioni riscritte dalla propaganda. È uno di quei volumi da tenere a portata di mano per ricordare ciò che la storia e la giustizia hanno già stabilito.” Entrando nel merito, ha ricordato come la mafia, nel gennaio del 1994, trovò nuovi interlocutori. La stagione delle stragi quindi si fermò perché non servivano più: la pace si fece con la creazione di un nuovo sistema di potere.
Un’analisi che Marco Barone, presidente dell’Ordine degli avvocati, ha voluto discutere: “Dire che le stragi finirono perché la mafia trovò un interlocutore politico forte non mi convince. Berlusconi restò al governo solo sei mesi. È più plausibile che la cosiddetta trattativa sia stata condotta dai funzionari del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale, un’unità investigativa dei Carabinieri, ndr.) con l’obiettivo di fermare la violenza, non di favorire Cosa nostra. La magistratura non deve scrivere la storia, ma i fatti.” – ha concluso.
Elena Augustin, presidente della Camera penale, ha scelto di raccontare il libro del procuratore come una riflessione anche sul presente: “Colpire il patrimonio culturale è stato un gesto terribile. Ma leggendo Tescaroli, ho avuto l’impressione che la mafia non abbia vinto, perché le leggi sul 41 bis e sui collaboratori di giustizia sono rimaste, e anzi si sono rafforzate. Oggi, semmai, dobbiamo fare i conti con altre mafie, come la ‘Ndrangheta o la criminalità cinese che si muove anche a Prato.”
E proprio come avevamo accennato all’inizio, parlando dell’elefante nella stanza, Tescaroli ha dedicato qualche minuto a Prato: “Esistono gruppi di cittadini cinesi che operano in più direzioni, e poi è comprovato che vi sono insediamenti ‘ndranghetisti in questo territorio, come anche emerge la presenza di esponenti della camorra. Prato è un territorio economicamente fertile, vocato alla stabilizzazione e all’operatività di più organizzazioni criminali, e questo costituisce un dato che caratterizza questa realtà.
La pericolosità della criminalità che esiste qui – ha detto – ha una caratteristica peculiare: innanzitutto perché vi è una sottovalutazione di ciò che realmente accade, e già questo diventa un elemento fortemente preoccupante. Sottovalutare e non attribuire il giusto peso a una realtà criminale complessa come questa significa, oggettivamente e al di là delle intenzioni di chi lo fa, finire per agevolarne lo sviluppo.”
A Prato, ha proseguito Tescaroli, la criminalità ha mostrato tratti importanti tipici della mafiosità. “Le organizzazioni criminali diventano davvero pericolose quando riescono a stabilire legami con appartenenti alle istituzioni: è allora che si trasformano da semplici gruppi di delinquenti che uccidono, incendiano, estorcono e minacciano, in compagini capaci di ottenere risultati qualitativamente più alti proprio grazie a questo tipo di rapporti.
E più in generale – ha sottolineato – la storia del crimine organizzato in Italia è segnata da una convivenza che dura da oltre 150 anni, perché realtà mafiose come Cosa nostra (e altre) convivono con lo Stato.”
I cittadini, ha aggiunto, dovrebbero chiedersi come questo sia possibile, perché lo Stato e la mafia sono due realtà profondamente diverse. “Lo Stato è di gran lunga più forte, più potente di qualunque organizzazione criminale: possiede l’esercito, strumenti di guerra immensamente superiori, eppure convivono.”
Se questa è la domanda da farsi, bisogna provare a darsi delle risposte. Anche perché, dagli anni ’90 in poi, l’attività di contrasto alla mafia è stata costante e prolungata come mai prima, ricorda Tescaroli. “Una delle possibili spiegazioni è che tra le due entità la linea di demarcazione non sia così netta, e che esista un anello di collegamento su cui non si è saputo intervenire adeguatamente per impedire alle organizzazioni di raggiungere obiettivi e risultati di livello superiore.
Un altro elemento che aiuta a capire – ha continuato – è che queste strutture si muovono dentro una sorta di approvazione sociale, nutrita anche da comportamenti di indifferenza che le circondano e consentono loro di crescere e affermarsi.”
Ecco perché è importante parlare di questi temi, di queste criticità: “Perché le organizzazioni criminali non vogliono che cresca l’attenzione e la vigilanza da parte dello Stato, delle forze dell’ordine o della collettività. È molto più facile portare avanti i propri affari e iniziative economiche in modo indisturbato, sfruttando la forza dell’intimidazione.
Riflettendo su questi temi – ha concluso il Procuratore – si possono forse orientare meglio i comportamenti e le scelte, sia da parte degli esponenti delle istituzioni sia da parte dei cittadini, in una prospettiva capace di fermare davvero il proliferare di certe condotte.”



