mercoledì, Settembre 9, 2026

Ottanta milioni di euro per una prima messa in sicurezza degli argini di Bisenzio e Agna

di Marcello Paris

PISTOIA – Uno studio “per la valutazione del rischio idraulico da collasso arginale in alcune zone delle province di Lucca, Pistoia e Prato”  è stato finanziato da Confindustria Toscana Nord all’indomani delle devastazioni delle alluvioni di due anni fa causate in massima parte dalla rottura degli argini dei fiumi.

Il tavolo della conferenza su Agna e Bisenzio

Lo studio è stato presentato a imprese e amministratori di Prato e Pistoia poi sarà la volta di Lucca, le città e parte delle province dove i tre  corsi d’acqua sono stati  responsabili dei danni causati ad aziende e famiglie.

Abbiamo seguito quello di Pistoia al quale hanno partecipato tutti i soggetti coinvolti ad iniziare dall’ing. Davide Settesoldi della società Orisha incaricata dello studio coordinato dal professore emerito di idraulica dell’Università di Firenze ingegner Enio Paris nonché membro del Comitato tecnico scientifico della Regione Toscana. Con loro e la presidente di Confindustria Toscano Nord Fabia Romagnoli  hanno discusso Fabio Martelli, responsabile di settore del Genio Civile Valdarno Centrale, il geologo Andrea Salvadori, Paolo Masetti presidente del Consorzio di Bonifica 3 Medio Valdarno nonché presidente di ANBI l’organo che associa e rappresenta i Consorzi di Bonifica regionali e il consigliere delegato di Confindustria per le infrastrutture Giacomo Salvi.

Per il Bisenzio, ha detto l’ingegner Paris, sia per il fiume che il reticolo secondario è complicato intervenire con gli attuali  progetti in cantiere perché solo una totale realizzazione metterà in sicurezza quella porzione di territorio ma i tempi sono lunghi. Per quanto riguarda l’Agna anche qui siamo di fronte ad antiche tecniche di costruzione degli argini che li rendono fragili . Esiste un progetto regionale, ha continuato il professore, per la riprofilatura delle sponde  ma bisogna essere consapevoli che l’operazione totale richiederà tempi lunghi tenendo comunque conto che prevedere un collasso di un argine non è possibile.  In attesa di questi tempi, ha aggiunto, lo studio ha indicato misure provvisorie per essere pronti ad eventuali alluvioni.

L’argine dell’Agna

Le attenzioni vanno spostate dall’argine al territorio. Vale a dire quali sono i danni che il territorio può subire di fronte ad ipotetiche rotture arginali per cui bisogna dare priorità a quegli interventi che mettano in sicurezza le zone alluvionali più fragili come quelle con i maggiori insediamenti urbani , siano aziende o abitazioni. Insomma una politica di autoprotezione istruendo le persone su cosa fare e come comportarsi in caso di calamità ma implica anche stipulare delle assicurazioni. Ricordiamoci, ha detto Fabio Martelli, geologo del Genio Civile, che abbiamo duemila chilometri di argini che sono stati costruiti nell’800 per proteggere i campi  e potevano andare bene allora. Quello di cui si parla doveva essere fatto dagli anni 60 in poi quando le aree sono state interessate da una forte urbanizzazione togliendo ai fiumi la possibilità di espandersi.

Ora sappiamo cosa fare ma ci vorranno almeno 14 anni e tanti soldi per mettere in sicurezza i fiumi. I progetti allo studio prevedono interventi per sei lotti ed una spesa di 650 milioni di euro con la coscienza che in Toscana ci sono duemila chilometri di di sistema arginale per soldi che anche se li avessimo al momento non sapremmo come spenderli. L’importante, ha concluso, è avere coscienza delle necessità, fare dei piani seri e attuabili lavorando con tutte le associazioni interessate.

Aprendo i lavori, la presidente Romagnoli aveva auspicato che l’impegno profuso per finanziare questo studio scientifico sia preso in considerazione e che l’Autorità di Distretto Appennino settentrionale ne colga le indicazioni per attuare gli interventi descritti. Con questo piano redatto dal professor Paris, ha sottolineato, abbiamo messo a disposizione delle aziende, della politica, delle amministrazioni questo lavoro dall’importante fondamento scientifico che aspetta di essere realizzato.

A chiusura dell’incontro Giacomo Salvi ha sostenuto che “parlare di infrastrutture significa, prima ancora di darsene di nuove, mettere in sicurezza quelle esistenti. La strada è lunga ma esiste e va percorsa con convinzione e tenacia”.

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