PRATO – Un tragicomico incontro, ricco di colpi di scena, tra biografie di poeti e scrittori, malattia psichiatrica e figli che stanno crescendo.
A due anni di distanza dal successo di “Alexo”, improbabile dialogo con un irriverente assistente vocale, lo scrittore e attore romano Claudio Morici torna in scena al Teatro Magnolfi di Prato con “La malattia dell’ostrica”, spettacolo che ha debuttato lo scorso anno diventando anche un libro e un podcast prodotti da Fandango e Teatro Metastasio.

Mescolando con la consueta perizia uno stile a tratti serio e riflessivo con un linguaggio spesso vivace e colorito, nel segno di una travolgente ironia, Morici prende spunto da vicende autobiografiche e dal suo “mestiere” di scrittore per condurre gli spettatori in un viaggio che coinvolge grandi capolavori della letteratura mondiale, la follia dei loro autori, e il rapporto tra suo figlio e la lettura.
Sì, perchè il lungo monologo prende le mosse da un piccolo “dramma” vissuto in prima persona da Morici: a soli sei anni, suo figlio ancora bambino inizia a fargli delle domande “difficili” – che cosa c’è dopo la morte? Qual è il destino degli uomini? Ma il padre non ha tanto tempo per le risposte, deve dormire, domani si alza presto per andare a lavoro! – e in più inizia a manifestare precoci velleità di scrittura.
La scrittura! Una terribile “malattia” che ha già condotto decine e decine di autori di ogni epoca, nazionalità e condizione sociale a fenomeni di depressione, follia, schizofrenia, dipendenza da droghe, alcolismo, malattia mentale, con molti che hanno passato anni internati in ospedali psichiatrici o chiusi in un appartamento con i propri “mostri” e “demoni”. Per non parlare poi del lunghissimo elenco di autori che hanno posto fine alla propria vita suicidandosi nei modi più inconsueti e financo bizzarri: da Primo Levi a David Foster Wallace, da Virginia Woolf a Emilio Salgari, da Cesare Pavese a Vladimir Majakovskij, un’interminabile vortice di disperazione e di morte che ha avvolto generazioni di scrittori e poeti.
Bisogna quindi salvare il piccolo, evitare che il prendere in mano una penna lo conduca alla pazzia o a propositi suicidi. Il padre non ha dubbi in proposito: è necessario vietare al figlio l’uso della penna, fargli dimenticare subito le poesie imparate a memoria a scuola e contrastare un sistema perverso che obbliga i bambini a studiare la visione della vita di persone che la amavano così tanto, al punto di togliersela volontariamente!
Scorrendo le biografie di tanti illustri autori, molti divenuti dei “classici” intramontabili e delle pietre miliari della nostra letteratura, scopriamo così particolari assai meno noti – e assai meno nobili – della loro vita privata: ecco allora un Giovanni Pascoli steso a terra ubriaco dopo l’ennesima sbronza all’osteria del paese, o un Jack Kerouac gonfio di psicofarmaci mentre scrive il suo capolavoro (mentre Italo Calvino ha una vita e una carriera molto più fortunate, da “primo della classe”, e secondo Morici risulta alla fine anche un po’ antipatico).
È quella che il filosofo e psichiatra Karl Jaspers definiva la “malattia dell’ostrica” – termine che dà il titolo allo spettacolo – riferita alla letteratura: come la perla, ricercata e preziosa, è la reazione fisiologica dell’ostrica a una malattia, così i grandi capolavori letterari sono spesso i prodotti di una “malattia interiore” dell’autore, di un suo disagio, un malessere, un sentirsi fuori posto o non compreso dal mondo e dalla società in cui vive.
Scrivere, in fondo, serve proprio a questo: a rivelare i propri drammi più intimi e nascosti, a comunicare il proprio stato d’animo, le proprie emozioni o sensazioni ad altri che provano le stesse cose, anche a secoli o migliaia di chilometri di distanza. È la “magia” della scrittura, l’unico mezzo che riesce a sconfiggere le barriere dello spazio e del tempo per aiutarci ad affrontare i nostri disagi, le nostre depressioni, le nostre ansie e paure. La scrittura ci aiuta, e leggere alcuni libri – detto senza falsa retorica – può davvero salvarci la vita.
Se ne è reso conto anche Morici, quando suo figlio ormai quattordicenne, in piena età adolescenziale, si è chiuso nella propria cameretta ad ascoltare musica e a navigare in rete, senza più la voglia di parlare col padre. Tra le due generazioni, padre e figlio, si è d’improvviso alzato un muro di incomunicabilità, forse dovuto al senso di smarrimento e di disagio provato dal ragazzo, forse dall’assenza di un genitore troppo concentrato su se stesso e impegnato nella propria carriera letteraria, o forse a entrambi i fattori.
Che fare? Come aiutare il ragazzo? Ecco allora venire in soccorso la letteratura: il padre si ricorda di essere stato anch’egli in cura da uno psicologo, il dottor Caruso, che al termine di ogni seduta gli dava dei libri da leggere. È nata così una piccola biblioteca domestica, con una serie di capolavori che nel corso dello spettacolo Morici passa brevemente in rassegna – come “Il giovane Holden” di Salinger o “Infinite Jest” di Foster Wallace – evidenziando per ciascuno di essi cosa gli abbia insegnato e perchè sia stato per lui importante.
Sembra un paradosso, ma la scrittura è allo stesso tempo malattia e farmaco dell’anima, strumento per esprimere il proprio dramma e la propria follia e mezzo per curare i propri mali, con l’autore che “mette il suo corpo” – e nello specifico la mano che regge la penna – al servizio di altri corpi, quelli dei lettori.
E siamo certi che alla fine dello spettacolo anche il figlio di Morici troverà la sua strada per la guarigione, magari ricominciando a leggere proprio dal romanzo e dal punto in cui anni prima aveva interrotto.
In replica al Magnolfi fino a domenica 23 novembre, “La malattia dell’ostrica” tratta con leggerezza e in maniera divertente un tema in realtà molto serio: con le sue gag in romanesco, le narrazioni rapide e travolgenti, i surreali dialoghi tra opere e autori, gli spaccati di vita personale, Morici mette a nudo l’arte di scrivere e allo stesso tempo ci fa riflettere sullo straordinario potere della scrittura e dei libri, capaci di trasmetterci emozioni e stati d’animo che nessuna intelligenza artificiale o realtà digitale potrà mai eguagliare.









