mercoledì, Settembre 9, 2026

Diversità e migrazioni, motori dell’evoluzione: al Politeama in scena “Nomadic”

PRATO – Un canto per la biodiversità nel segno di uomini e animali migranti, in una serata immersiva capace di unire più linguaggi differenti, dalle parole alla musica passando attraverso proiezioni video.

Al Teatro Politeama di Prato arriva “Nomadic”, concerto spettacolo con protagonisti il filosofo Telmo Pievani (specializzato in biologia evolutiva, noto per la sua attività di divulgazione scientifica), il batterista e produttore discografico Gianni Maroccolo (ha suonato e collaborato con gruppi alternative rock, punk e new wave come CCCP Fedeli alla Linea, CSI, Litfiba e Marlene Kuntz) e un cast che comprende Angela Baraldi, Andrea Chimenti, Antonio Aiazzi, Simone Beneventi e Simone Filippi, per la regia di Mariano De Tassis.

La formazione del concerto spettacolo Nomadic e alcune immagini dell’evento (fotografie di Marco Pacini)

Un viaggio alla scoperta delle bellezze della natura e delle ricchezze date dalla diversità delle forme di vita presenti sul nostro pianeta, ma anche un ponte tra arte e scienza e un invito a superare le barriere mentali e fisiche in un’epoca segnata dalle crisi migratorie. Il titolo, “Nomadic”, è un chiaro riferimento alla condizione naturale dell’uomo, essere vivente “migrante” per eccellenza, che fin dalla notte dei tempi ha attraversato territori e solcato interi continenti alla ricerca di nuove risorse, di luoghi migliori in cui vivere e stabilirsi, di altre comunità umane con le quali stabilire relazioni.

Le migrazioni hanno sempre contraddistinto la storia dell’uomo, costituendo un fenomeno che tuttavia negli ultimi decenni ha assunto proporzioni globali anche a causa della crisi climatica e dei mutamenti delle condizioni di vita degli abitanti in numerosi Paesi: la deforestazione degli ambienti pluviali, la desertificazione di vaste aree che diventano così aride e improduttive, i fenomeni metereologici estremi come uragani e inondazioni devastanti hanno in comune la stessa matrice, il crescente – e distruttivo – impatto dell’uomo sull’ambiente e sulla biodiversità del pianeta.

Una biodiversità che la voce narrante di Pievani vuole invece sottolineare e celebrare nella sua ricchezza – messa purtroppo in pericolo dalle attività umane – citando in particolare la straordinaria varietà di ecosistemi e l’alto numero di specie animali e vegetali che ospita il territorio italiano, quello con la maggiore biodiversità in tutto il continente europeo, che per la sua conformazione geografica di penisola protesa al centro del Mediterraneo costituisce da sempre un “ponte” migratorio ideale dall’Africa verso l’Europa e dall’Oriente verso l’Occidente.

Pievani ripercorre inoltre il cammino evolutivo dell’uomo dalla comparsa dei primi ominidi nell’Africa orientale fino alla convivenza di specie umane diverse, il loro esodo dal continente africano e la “diaspora” umana negli altri continenti secondo un processo lento, durato decine e decine di millenni, per arrivare poi in tempi che la biologia evolutiva definisce come molto recenti all’affermazione della specie sapiens e il graduale passaggio da comunità di cacciatori e raccoglitori a quelle di agricoltori e allevatori.

Ma che si tratti di uomini o animali, il filo conduttore che lega e accomuna queste esperienze evolutive, diventando esso stesso il motore dell’evoluzione, è la migrazione: un termine neutro e ambivalente che, come afferma Pievani, non è “nè buono nè cattivo”, perché se in tutta la storia umana le migrazioni da un lato hanno avuto molto spesso un carattere violento e hanno portato allo scoppio di guerre, conflitti o alla cancellazione di intere civiltà, dall’altro hanno rafforzato il nostro patrimonio genetico, hanno favorito incontri, scambi e condivisioni tra le diverse comunità, hanno permesso all’uomo di colonizzare e plasmare il mondo secondo le proprie necessità e i propri bisogni.

Se le specie migratorie nel regno animale – dalle libellule alle megattere, dai caribù ai salmoni, dalle tartarughe marine alle anguille: l’elenco è veramente lunghissimo! – lo fanno per cercare territori in cui nutrirsi o riprodursi, oppure per un impulso genetico inscritto nel DNA della propria specie, per l’uomo la migrazione ha assunto un carattere diverso.

Gli uomini migrano non solo per fuggire da guerre, carestie, dittature, per trovare nuove opportunità di vita e di lavoro, per lasciare territori che con la crisi climatica si fanno sempre più difficili e inospitali, ma anche per un elemento di immaginazione e di narrazione, perché fin dai primordi della specie umana siamo spinti a esplorare, a conoscere il mondo, a guardare cosa c’è oltre quel fiume o quella collina che ci chiudono l’orizzonte.

Ecco allora una ricognizione sulle grandi migrazioni umane con particolare riferimento alla regione dell’Eurasia, dalla quale, nel corso dei millenni, sono partite le grandi civiltà nomadi di Sciti, Avari, Unni, Mongoli e molti altri: popoli che noi occidentali abbiamo liquidato troppo frettolosamente, definendoli “barbari”, perché non ci hanno lasciato opere artistiche o letterarie paragonabili alle nostre, ma che tuttavia hanno avuto un impatto fondamentale nella civilizzazione di altri territori, nella circolazione di uomini e idee, nell’apertura di vie commerciali transcontinentali tra il mondo europeo e quello asiatico.

Le migrazioni creano ponti, ma oggi, in un mondo interconnesso e globale, migrare è paradossalmente più difficile a causa di quelle barriere artificiali costituite dai confini politici tra i vari Stati: per i “perdenti” del mondo che migrano verso l’Europa in cerca di libertà e dignità, compiere la traversata quel braccio di mare del Mediterraneo che separa le coste africane da quelle italiane diventa spesso un’impresa molto pericolosa, con risvolti tragici. Non a caso lo spettacolo si apre con la rievocazione drammatica e disturbante di uno dei più drammatici naufragi avvenuti nel canale di Sicilia alcuni anni fa, raccontato dal punto di vista di un migrante che perde la vita insieme a centinaia di altri suoi compagni disperati.

Il finale, nonostante l’elenco dei molti problemi causati dall’inquinamento, dall’effetto serra e dall’impronta umana sul pianeta, lascia comunque spazio alla speranza che l’uomo, dimostrando realmente di essere sapiens, possa invertire la rotta e trovare soluzioni efficaci alle sfide del futuro, dal momento che la tutela degli ecosistemi e della loro biodiversità non è un “capriccio” degli scienziati, ma una necessità di sopravvivenza per la specie umana. Basti citare l’esempio degli insetti impollinatori, che svolgono in maniera naturale – e gratuita! – una funzione fondamentale per le nostre coltivazioni: privare queste specie animali utilissime del loro ecosistema significa farci del mare da soli e dimostrare tutta la nostra stupidità.

Inoltre, è necessario cambiare la nostra prospettiva sul tema delle migrazioni e soprattutto riflettere su una certa retorica “nazionalista” che non ha alcuna base scientifica, dal momento che la genetica da un lato dimostra come un popolo “etnicamente puro” sia maggiormente esposto a malattie perchè più debole dal punto di vista genetico, dall’altro rivela, attraverso una serie di studi e indagini su individui di tutte le nazionalità europee, come ciascuno di noi abbia nel proprio corredo genetico un patrimonio che affonda le proprie radici in più etnie differenti e in antichi progenitori provenienti dall’Africa e dall’Asia.

La biodiversità, insomma, è una straordinaria ricchezza: e le parole di Pievani si alternano con la musica e il canto di Maroccolo con l’esecuzione dal vivo di una selezione di brani tratti dai repertori di CSI, Philip Glass, Litfiba, Claudio Rocchi, Marlene Kuntz e Franco Battiato, per un’esperienza altamente coinvolgente grazie anche alle proiezioni video a cura di Marco Cazzato e Michele Bernardi che hanno accompagnato l’intera durata dello spettacolo con immagini fortemente evocative.

È stata inoltre l’occasione per festeggiare i vent’anni di attività del Museo di Scienze Planetarie di Prato, gestito dalla Fondazione Parsec, un ente che in questi due decenni ha svolto una significativa azione di ricerca e di divulgazione nel campo dell’astrofisica, rivolgendosi soprattutto ai giovani e ai ragazzi delle scuole e sviluppando una rete di iniziative e connessioni con la realtà pratese.

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