mercoledì, Settembre 9, 2026

Indagine e sperimentazione: le Polaroid di Luigi Ghirri in mostra al Centro Pecci

PRATO – Un periodo breve ma segnato da una forte sperimentazione, l’idea di una fotografia come indagine sulla realtà del mondo e le sue infinite sfaccettature.

Con “Polaroid 1979-83” il Centro Pecci di Prato apre uno sguardo per molti aspetti inedito su una breve ma intensa fase dell’attività fotografica di Luigi Ghirri (1943-1992), uno dei “maestri” della fotografia italiana nel secondo Novecento. Noto in particolare per il suo progetto “Viaggio in Italia” (1984), pietra miliare della fotografia italiana nonchè manifesto non ufficiale della scuola di paesaggio italiana nata nei primi anni Ottanta, il fotografo emiliano fu sempre contraddistinto da interessi poliedrici, capaci di spaziare dal paesaggio all’architettura, dalla natura alla musica.

La mostra, curata da Chiara Agradi e Stefano Collicelli Cagol, e allestita in un’ala del primo piano del Centro Pecci, presenta per la prima volta in un’istituzione italiana dedicata all’arte contemporanea un’ampia selezione di Polaroid realizzate da Ghirri nei quattro anni compresi tra il 1979 e il 1983, periodo tra i più importanti e fervidi della sua carriera artistica.

Alcuni immagini della mostra fotografica dedicata alle Polaroid di Luigi Ghirri allestita in un’ala del Centro Pecci di Prato (fotografie di Giovanni Fedi)

Ghirri inizia a utilizzare la Polaroid nel 1979, quando l’azienda statunitense gli mette a disposizione un’ampia fornitura di pellicole e apparecchi, introducendolo così alla fotografia a sviluppo istantaneo. La Polaroid in un primo tempo è per l’artista uno strumento tecnico di verifica immediata dell’immagine, complementare a una pratica della fotografia tradizionale. Progressivamente, però, le qualità materiche e cromatiche delle pellicole Polaroid lo portano a una rinnovata esplorazione di alcuni nuclei tematici ricorrenti nel suo lavoro: gli spazi urbani, gli ambienti domestici e familiari e gli oggetti che li abitano.

Tra il 1980 e il 1981 Ghirri è invitato ad Amsterdam, presso la sede europea della Polaroid, per sperimentare la fotografia con la Polaroid 20×24 Instant Land Camera, un’imponente apparecchio capace di produrre in poco più di un minuto istantanee di grande formato. Confrontato per la prima volta alla fotografia in studio, Ghirri ricompone il proprio mondo altrove, disponendo davanti all’apparecchio alcuni oggetti selezionati in Italia e portati con sé in valigia.

È sull’importanza che il fotografo dà agli oggetti che la mostra si sofferma: la dimensione intima della Polaroid attiva e stimola in Ghirri una riflessione personale sull’immaginario domestico e sul potere evocativo degli oggetti, che diventano i veri protagonisti degli scatti in esposizione. Per Luigi Ghirri il fotografo è polivalente: non è un mero esecutore della fotografia, ma un interprete della realtà che deve rappresentarla e ricostruirla attraverso i suoi numerosi frammenti.

La mostra inizia con un tono gioioso e ironico, non a caso la prima Polaroid di grande formato in esposizione rappresenta una paperella di legno colorato: un oggetto-simbolo che evoca memorie dell’infanzia e che ci fa comprendere bene l’idea di fondo del fotografo di ricomporre la realtà attraverso i suoi oggetti, spesso volutamente fuori contesto.

Ma la fotografia può avere anche significati molteplici e ambivalenti: siamo noi osservatori a definire lo spazio e il tempo, come nella Polaroid, anch’essa di grande formato, che rappresenta un mappamondo tagliato a metà circondato da figure solide e geometriche.

In questi anni contrassegnati da una forte ricerca e sperimentazione, Ghirri propone opere in cui si utilizzano e si sovrappongono più materiali o più immagini diverse, in un intrigante gioco di spazi con numerose “foto dentro le foto”. Segni di un lavoro in continuo divenire e di un costante perfezionamento, dal momento che Ghirri sta prendendo confidenza e familiarità con uno strumento per lui nuovo, ma dal quale scaturiscono alcuni tra i lavori più interessanti e particolari di tutta la sua straordinaria produzione fotografica.

Tra le opere in esposizione si segnalano l’omaggio a Parigi con la foto di una mano che scrive il nome della Tour Eiffel in una cartolina della capitale francese, il tributo al mondo musicale con la foto di uno spartito (tra l’altro Ghirri realizzò alcune copertine di album per artisti come Lucio Dalla e Gianni Morandi), una litografia “stropicciata” che rappresenta un paesaggio naturale e tramite la quale il fotografo recupera il concetto di “bello concettuale”, diverso da un puro culto dell’estetismo.

Per Ghirri la fotografia è indagine continua, scoperta del mondo e dei suoi dettagli, viaggio nella memoria personale e collettiva, trasfigurazione della realtà e dei suoi miti (come nel “sezionamento” del celebre dipinto dell’Annunciata di Palermo di Antonello da Messina): ma è uno strumento che mantiene sempre una propria “leggerezza” di fondo e che è chiamato anche a generare sorpresa e meraviglia nello sguardo dell’osservatore.

Chiude la mostra una Polaroid con due scatti sovrapposti di due tramonti, uno sul mare e l’altro sulla costa, accomunati dalla presenza in entrambi di accesi riflessi rossi e rosati che conferiscono all’intera opera una forte potenza evocativa. È una natura “sublime” che affascina Ghirri ma colpisce anche noi visitatori, chiamati a scoprire, nelle Polaroid di piccolo formato, figure, oggetti e piccoli mondi “incastonati” entro pochi centimetri.

La mostra “Polaroid 1979-83” resterà aperta al pubblico fino al prossimo 10 maggio.

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