di Rossella Dini*
PISTOIA – Luigi Chiti, nato nel 1891 a Canapale, frazione di Pistoia, è stato una figura di primo piano nella vicenda pistoiese del primo dopoguerra: sindacalista, dirigente del Partito popolare, fu direttore della “Bandiera del popolo” (organo del Partito nel circondario) dalla fine del 1922 al luglio 1923, e poi dal gennaio 1925 fino al 7 giugno, quando il giornale fu costretto a cessare le pubblicazioni.

Formatosi all’interno dell’associazionismo cattolico, per lo più come dirigente di uffici del lavoro (Piombino, Iesi, Osimo, Senigallia) e come pubblicista, al suo ritorno dalla guerra fu a capo del sindacato bianco degli agricoltori pistoiesi, che guidò nel periodo delle grandi lotte per la revisione del patto di mezzadria, e assunse sempre maggiori incarichi politici (membro della direzione del Partito, delegato ai suoi congressi nazionali, consigliere comunale, direttore del giornale).
Con Francesco Camici e Ardelio Petrucci, Chiti fu tra gli esponenti più in vista del gruppo dirigente popolare, oggetto di ripetute minacce da parte dei fascisti. A differenza di Camici e Petrucci, che ritroveremo sulla scena politica nel secondo dopoguerra, il nome di Luigi Chiti scomparve dalle cronache di Pistoia nel periodo successivo al 1925.
Storiografia e memorialistica locali non ne registrano l’esistenza.
Di lui, in sostanza, si sono perse le tracce e la memoria.
L’identificazione di Chiti con un “Luigi Chiti”, corrispondente di Luigi Sturzo, le cui numerose lettere sono conservate presso l’omonimo Istituto di Roma, insieme a informazioni e documenti forniti da due suoi nipoti residenti in Argentina, hanno consentito di ricostruire la sua figura.

Perseguitato dai fascisti, era infatti emigrato in quel paese agli inizi del 1927, seguito poi dalla moglie e dai due figli.
Non fece mai ritorno in Italia.
Morì a Haedo (Buenos Aires) nel 1969.
Politicamente impegnato anche nella sua nuova patria, aderì al Partito popolare argentino, di ispirazione sturziana, collaborando alla sua attività e fungendo anche da intermediario tra i suoi dirigenti e Luigi Sturzo, allora in esilio.
Dalla corrispondenza col Maestro che, anche se in termini talvolta intermittenti, si snoda per quasi un ventennio (1936-1953), possiamo seguire la sua difficile vita politica, passata tra colpi di stato e dittature che caratterizzarono la storia argentina del periodo, nonché la sua vita familiare e professionale, sempre grama, talvolta disperata.
La fede religiosa e gli ideali democratico-cristiani lo sostennero nelle più disparate iniziative di carattere associativo e pubblicistico, nel non facile ambiente del cattolicesimo locale e dell’emigrazione italiana, caratterizzata da profonde divisioni tra gli stessi antifascisti.
Questo saggio, preceduto da una presentazione di Vannino Chiti, consente il recupero da un ingiustificato oblio della figura di un uomo di indubbio valore morale e civile per restituirne la memoria alla città di Pistoia”
* Rossella Dini «Maestro amatissimo… Suo in Cristo Luigi Chiti»
Editore Gli Ori, dicembre 2025







