mercoledì, Settembre 9, 2026

Dante e Francesco “primi italiani”: la lezione di Cazzullo apre Pistoia Capitale del Libro

PISTOIA – Dante Alighieri e Francesco d’Assisi come “padri fondatori” dell’identità e della cultura italiana, figure centrali e per molti aspetti “rivoluzionarie” in grado di segnare la nostra storia e di risultare estremamente attuali ancora a otto secoli di distanza.

La lectio magistralis di Aldo Cazzullo – giornalista e saggista, apprezzato divulgatore e una delle firme di punta del Corriere della Sera – fa alzare ufficialmente il sipario sull’anno di Pistoia Capitale italiana del Libro, che raccoglie il testimone da Subiaco e si prepara così a vivere dodici mesi intensi tra eventi, rassegne, incontri e iniziative all’insegna della promozione dei libri e della lettura.

Aldo Cazzullo sul palco del Teatro Manzoni per la sua lezione su Dante e Francesco, in apertura ufficiale dell’anno di Pistoia Capitale italiana del Libro (foto di Giovanni Fedi)

Ad aprire il pomeriggio, in un Teatro Manzoni gremito ed esaurito in ogni ordine di posti, è stata la cerimonia istituzionale di inaugurazione di questo anno speciale per la nostra città, che a nove anni di distanza dall’esperienza di Capitale italiana della Cultura torna sotto i riflettori grazie a un progetto premiato dal MiC per l’idea della lettura come base “per costruire con coraggio la comunità del futuro”.

Dopo l’esibizione del coro dei giovani studenti della scuola media Leonardo Da Vinci, che hanno eseguito l’inno nazionale e una canzone scritta dagli stessi ragazzi sul tema del leggere, sul palco del teatro sono saliti per i saluti e i ringraziamenti il sindaco Anna Maria Celesti, il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, l’assessore alla cultura Benedetta Menichelli e l’assessore alla cultura della città di Subiaco Ludovica Foppoli.

“La nomina di Pistoia è un orgoglio e un onore, che dobbiamo trasformare in un’occasione di crescita culturale e civile per la nostra comunità, dal momento che crediamo fortemente nella lettura come strumento fondamentale di coesione, di inclusione, di sviluppo, di libertà – hanno sottolineato Celesti e Menichelli – abbiamo scelto uno slogan che richiama il carattere avventuroso della lettura perché leggere ci porta non solo a scoprire nuovi mondi e nuove idee, ma anche a progettare e costruire insieme il futuro.

Questo titolo è il riconoscimento di un percorso culturale costruito nel tempo con passione, visione e continuità, è il segno di un lavoro che viene da lontano fatto di relazioni, ascolto e collaborazione con tutte le realtà del nostro territorio che animano e rendono viva la filiera del libro. Ringraziamo di cuore tutti i soggetti e le personalità che hanno collaborato alla redazione del dossier della candidatura di Pistoia: la nostra promessa è quella di lavorare con senso di responsabilità, coinvolgendo attivamente tutta la cittadinanza, per fare della lettura un’esperienza diffusa, accessibile e condivisa, capace di unire la città e di parlare al Paese intero”.

Celesti, Giani, Menichelli e Foppoli durante i saluti e i ringraziamenti istituzionali (foto di Giovanni Fedi)

Anche il presidente Giani ha rimarcato la rilevanza di questo titolo per la città di Pistoia, di cui ha ricordato la secolare e nobile tradizione letteraria, augurando il pieno successo delle iniziative in programma e auspicando riflessi positivi dal punto di vista culturale su scala regionale. L’assessore Foppoli, in rappresentanza della cittadina laziale di Subiaco, ha portato a Pistoia i saluti della propria comunità, percorsa da “un’energia viva e contagiosa” e “cresciuta e divenuta più consapevole della propria storia e della propria identità” durante l’esperienza di Capitale italiana del Libro: in un ideale passaggio di consegne, tocca adesso a Pistoia scrivere una nuova pagina sul grande libro del patrimonio culturale nazionale.

Aldo Cazzullo, accolto al suo ingresso da un fragoroso applauso, ci conduce subito per mano otto secoli indietro, in quel Duecento segnato da aspre lotte politiche tra le città comunali, fermenti religiosi tra critica alla corruzione della Chiesa e diffusione dei movimenti ereticali, vitalità economica e sviluppo dei commerci su scala europea, incontri e sconti con l’Oriente islamico come conseguenza delle Crociate.

Un secolo vivace e turbolento in cui si colloca l’esperienza “rivoluzionaria” di Francesco d’Assisi, figura destinata a influenzare profondamente non soltanto la vita religiosa del suo tempo, ma anche a rinnovare, seguendo l’esempio evangelico, il significato stesso dell’essere cristiano.

Cazzullo ripercorre la biografia del Santo ponendo l’accento sulla decisione di Francesco di scegliere in maniera volontaria e consapevole la povertà come forma massima di libertà, fuori dalle rigide convenzioni sociali del tempo, assumendo comportamenti giudicati scandalosi come l’abbraccio ai mendicanti, l’aiuto ai lebbrosi, l’amicizia con gli animali.

Facendo riferimento anche all’iconografia – il ciclo delle storie di San Francesco affrescato da Giotto e aiuti nella basilica di Assisi – Cazzullo sottolinea il carattere di forte rottura dell’esperienza religiosa del Santo e dei suoi fratelli, che in una società gerarchica e dominata dalle disuguaglianze basano la propria vita sull’uguaglianza, sull’umiltà, sulla carità verso i poveri e gli emarginati.

Il pubblico del Teatro Manzoni, andato presto esaurito in ogni ordine di posti (foto di Giovanni Fedi)

Francesco scardina gli schemi, smuove le coscienze, riporta all’attenzione l’essenzialità del messaggio cristiano. Alla diffusa concezione medievale di un mondo dominato dal male e dal peccato, da disprezzare per non cadere nelle fiamme infernali, oppone un universo creato da Dio a propria immagine, dove gli elementi sono lodati nel loro essere “fratelli e sorelle” facenti parte di una medesima natura, che acquista una valenza positiva perchè riconducibile direttamente a Dio.

Un ecologista ante litteram, attento anche alla questione femminile: rivoluzionaria è l’accoglienza del Santo verso le sorelle Chiara e Agnese, fondatrici dell’ordine delle Clarisse, che dà l’opportunità a tante giovani donne di scegliere un destino diverso da quello imposto loro dalla società e fuggire da padri padroni o mariti maneschi.

E Dante? Il sommo poeta fiorentino conosceva bene l’opera di Francesco e ne accoglie l’idea di fondo di una salvezza che non può essere individuale – “nessuno si salva da solo” – ma deve essere frutto di una scelta collettiva. E in più canti della Commedia affiorano accenni a una nuova coscienza e una nuova sensibilità riconducibili al Santo, in particolare negli episodi con protagoniste femminili come Pia dei Tolomei e Francesca da Rimini, in cui il poeta dà voce alle donne e adotta il loro punto di vista.

C’è tuttavia tra i due una profonda differenza ideologica: se Francesco è il secondo, dopo Gesù, convinto della bontà d’animo dell’uomo, Dante al contrario è molto più cinico e pessimista in questo senso, e forse consapevole della situazione politica dell’Italia del tempo, della corruzione e dell’avidità degli uomini che più volte stigmatizza nella Commedia, vede l’uomo come un essere che tende per sua natura verso la malvagità e il male. Da Farinata a Filippo Argenti, da Vanni Fucci al conte Ugolino, l’opera dantesca è disseminata di figure negative che in qualche caso Dante comprende pur senza assolverle, molto spesso condanna senza appello, per non parlare poi delle molte invettive contro le città rivali e le loro comunità.

“Dante vede la malvagità e la corruzione del suo mondo e spera in un cambiamento – conclude Cazzullo – mentre Francesco si fa motore e interprete di questo cambiamento, non politico ma sociale e spirituale: recuperare oggi il suo umanesimo significa costruire un valido antidoto al mondo post umano che già si affaccia minaccioso.

Aldo Cazzullo durante un momento della sua conferenza (foto di Giovanni Fedi)

La sua eredità, a ottocento anni dalla morte, è oggi più attuale che mai, soprattutto per noi italiani: Francesco è il nostro Santo nazionale e il primo italiano non solo perché scrive in volgare, inventa il presepe, riforma la pittura e il teatro, ma perché è il vero precursore dell’Umanesimo. È un santo che difende la pace, l’ambiente, la dignità degli uomini e delle donne, i diritti calpestati dei più umili: la sua è una lezione da tenere a mente in un mondo che sembra aver smarrito la bussola e sta prendendo pieghe inquietanti.

Dante e Francesco restano due giganti che hanno plasmato la nostra identità culturale e di cui tutti noi italiani ci dobbiamo sentire orgogliosi”.

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