mercoledì, Settembre 9, 2026

“Mirra” di Alfieri: la tragedia borghese della colpa e dei segreti inconfessabili

PRATO – Una vera e propria “tragedia borghese” tra sensi di colpa, segreti, passioni e un amore “empio” e inconfessabile che sconvolge e ottenebra la mente in un crescendo di dramma interiore.

Al Teatro Metastasio il regista Giovanni Ortoleva porta in scena in prima nazionale l’adattamento della tragedia “Mirra” di Vittorio Alfieri, con un cast composto dai cinque attori Marco Cacciola, Monica Demuru, Marco Divsic, Mariangela Granelli e Lorena Nacchia.

In questo nuovo lavoro Ortoleva si misura con uno dei vertici del teatro alfieriano, un’opera in cinque atti pubblicata nel 1786 che, assieme a un gruppo di altre quattro tragedie ispirate alla mitologia greca, rappresenta forse il momento di massima tensione psicologica e di conflitto interiore messo in risalto dall’autore nei propri personaggi. Qui Alfieri sembra lasciare in secondo piano il titanismo di un protagonista impegnato in una lotta eroica e destinata alla sconfitta contro la società che lo circonda, come avviene in altre tragedie, prima fra tutte il capolavoro “Saul”; tutta l’attenzione si concentra invece sui profondi e devastanti risvolti psicologici causati dal senso di colpa e dalla rottura delle convenzioni sociali, prendendo spunto da un elemento tabù e fortemente disturbante per la morale di ogni epoca come la passione incestuosa di una figlia verso il proprio padre.

Una scena dello spettacolo “Mirra” di Alfieri per la regia di Ortoleva (foto di Giulia Lenzi)

La trama della tragedia si riconnette a un mito greco riportato con alcune varianti da autori antichi come Apollodoro, Igino e soprattutto Ovidio: pur nella loro diversità, tutte le leggende evidenziano il sentimento incestuoso della principessa Mirra verso il padre Ciniro, re di Cipro, che si rivela in tutta la sua drammaticità il giorno delle nozze già concordate tra Mirra e Pereo, principe d’Epiro.

A causa della vendetta di Venere contro la madre di Mirra, che aveva peccato di arroganza osando paragonare la bellezza della figlia a quella della dea, la giovane principessa è condannata a provare un sentimento tormentato e sempre più insostenibile verso il padre, che la porta prima a rifiutare le nozze, provocando il suicidio di Pereo, e poi a confessare a Ciniro l’orribile segreto.

In un crescendo di tensione drammatica alla fine emerge la verità e Mirra, sopraffatta dal dolore, afferra la spada del padre e si trafigge, scegliendo la morte come unica soluzione per porre fine al suo amore empio e lasciando Ciniro nell’orrore e la madre nel rimorso.

La rilettura di Ortoleva mantiene intatta tutta la forza dirompente e drammatica di una tragedia che ancora oggi, a più di due secoli di distanza, sconcerta e colpisce per la messa in scena di un tabù che diventa pretesto per una riflessione più ampia sul concetto di colpa, sul conflitto tra razionalità e passioni, sugli elementi di finzione – tra bugie e segreti non rivelati – che caratterizzano le relazioni familiari e sociali.

Lo spettacolo mantiene intatto il testo originale – valorizzato dall’ottima prova a livello recitativo di tutta la compagnia di attori – con il linguaggio lirico, aulico e magniloquente utilizzato da Alfieri che in quest’opera, lungi dall’evocare un eroismo titanico, gioca a creare un contrasto con le ipocrisie e le convenzioni del mondo borghese; unica “intrusione” contemporanea, il brano “Embraceable You” di Ella Fitzgerald cantato dalla nutrice durante l’infausta cerimonia di matrimonio tra Mirra e Pereo.

Diversa è invece l’ambientazione: non l’antica reggia di Cipro del mito greco, ma l’interno di una sala da pranzo di una famiglia medio borghese, un tavolo con sedie sormontato da un lampadario, il tutto sotto una sorta di “tendone” dalle pareti trasparenti posto al centro del palcoscenico. Non c’è scenografia, l’azione si concentra nel piccolo spazio scenico delimitato dal tavolo, richiamo simbolico a un’unità e a un’armonia familiare che nel dramma è pura ipocrisia borghese, ed è presto destinata ad andare in frantumi sotto i colpi di una tragica passione.

Il sentimento incestuoso di Mirra non esplora solo i temi della responsabilità e della colpa, con la ragazza tormentata da un “demone” interiore che è riconducibile alla vendetta divina di Venere, ma scardina i vincoli, le apparenze e le cerimonie di facciata di una “sacra” istituzione familiare che in quest’opera mostra tutti i propri limiti. I suoi genitori si cullano a lungo nell’illusione di un felice matrimonio per la loro unica figlia, agiscono nel pieno rispetto delle convenzioni sociali, non si rendono conto del male e del tormento che cova nell’animo di Mirra, tranquillizzano e fingono di coccolare come un figlio il dsempre più insicuro e turbato Pereo.

Fino al finale tragico, a una rivelazione sconcertante che l’uso artificioso del linguaggio impedisce di comprendere fino in fondo: sopraffatta dal dolore e dal terrore del peccato, Mirra si dà la morte, trafitta da una passione irrimediabile e inconciliabile come le grandi e tragiche figure femminili del teatro shakespeariano. Solo la nutrice Euriclea – il cui nome richiama la nutrice di Ulisse – avverte fin dall’inizio che una tempesta sta per abbattersi sulla famiglia, tenta invano di farsi confidare il segreto dalla ragazza e di avvertire in tempo i genitori, ma a poco vale la sua azione contro un dramma inconfessabile “interno” alla protagonista.

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