PISTOIA – Molti conoscono la famiglia Fabroni per la prestigiosa biblioteca e per il Museo d’arte moderna e contemporanea, ma di Ignazio Fabroni si chiederanno chi era costui.
Il personaggio è stato presentato all’Accademia della Chionchina in conviviale da Anna Agostini, scrittrice e storica, responsabile della Biblioteca Fabroniana di Pistoia.
Il nostro (Pistoia, 1642-1693) era stato nominato Cavaliere dell’Ordine di Santo Stefano dal Granduca Cosimo de’ Medici fautore dell’Ordine come corpo di marina militare. Ignazio Fabroni aveva navigato sulle Galere granducali lasciando numerose testimonianze del suo peregrinare nei porti del Mediterraneo con numerosi disegni, circa 800, che ritraevano luoghi e persone testimoniando usi e costumi delle comunità.
Anna Agostini, che sul personaggio ha pubblicato un saggio, ha intrattenuto con dovizia di particolari e con i disegni (ora in un fondo presso la Biblioteca Nazionale a Firenze) uno scorcio di vita di Ignazio Fabroni nobile pistoiese amante dell’avventura che alternava alla cura del vastissimo patrimonio fondiario familiare: numerosi poderi e fattorie distribuiti fra la pianura e la collina, fra cui la Fattoria di Celle in prossimità di Santomato a poca distanza dalla città.

La nascita della milizia granducale era stata dettata dall’esigenza di contrastare gli assalti e le razzie che la pirateria barbaresca compiva anche sul litorale toscano. Si trattava, in pratica, di un corpo di marina militare a tutti gli effetti, impegnato nel pattugliamento del Tirreno e di buona parte del Mediterraneo anche in alleanza con la Repubblica di Venezia.
I disegni furono realizzati nel corso delle spedizioni in Dalmazia, le isole greche e la Morea, (nome dato dai veneziani al Peloponneso) e costituiscono una sorta di diario visivo dell’esperienza del Fabroni del quale Agostini ha svolto un’approfondita ricerca che lascia emergere l’attenzione e la curiosità con cui il “navigatore” osservava i popoli e i Paesi che incontrava. Quello di Ignazio era uno sguardo oggettivo, senza pregiudizi né di razza né di religione, né di genere; ritrae donne, schiavi (anche di colore), moschee, con la stessa naturalezza con cui presta la matita per i nobili e i suoi commilitoni.
Importanti le testimonianze delle sue vedute dei porti, da Livorno ad Alghero, a quelli minori della costa toscana o greca delle quali c’è poco o niente.
Particolarmente approfondito il lavoro di documentazione in Morea, della quale ci fornisce interessanti notizie sulle condizioni delle città, degli abitanti, lo stato della campagna, dei commerci, degli usi e dei costumi locali, spingendosi persino a deplorare le stragi di civili perpetrate dalle bombarde del Morosini (il Doge veneziano che guidava la campagna contro gli Ottomani).
Pur nell’oscuro panorama seicentesco della Controriforma e della dominazione spagnola, gli ingegni e le personalità di rilievo non mancarono neppure in Italia, dove ancora, a differenza dell’Europa protestante, stentava ad affermarsi un ceto “borghese”, e la nobiltà era prevalentemente dedita al latifondo. Ignazio Fabroni era uno di questi ingegni, intellettualmente curioso e, a suo modo, divulgatore.







