PISTOIA – Ieri 27 febbraio al Santomato Live Club si è respirata una serata che ha avuto il passo del racconto più che del semplice concerto.
L’unica data toscana di Omar Pedrini si è trasformata in un viaggio elettro-acustico intenso, raccolto, attraversato da musica, memoria e un dialogo continuo con il pubblico che ha dato alla performance un carattere quasi teatrale, confidenziale, vivo.
A introdurre la serata sono stati i TheRive, con un rock che si muove tra pulsazioni elettroniche e atmosfere scure, costruito su synth avvolgenti e chitarre asciutte. Il loro suono, denso e ipnotico, ha creato un clima sospeso, quasi cinematografico, preparando il pubblico a un’immersione emotiva più profonda. La loro presenza scenica, essenziale ma intensa, ha dato la sensazione di un progetto già consapevole del proprio linguaggio, capace di evocare mondi interiori senza bisogno di sovrastrutture.

Quando Pedrini sale sul palco, accompagnato da Davide Apollo alla voce e Marco Montanari alla chitarra, il Santomato Live cambia ritmo e temperatura. Il trio trova subito un equilibrio naturale, fatto di ascolto reciproco e dinamiche sottili. Le canzoni dei Timoria e della carriera da solista di Omar Pedrini, riproposte in chiave elettro-acustica, rivelano una nuova fragilità, una luce diversa che le rende quasi intime, come se fossero pagine di un diario riaperte dopo molti anni.
A rendere la serata davvero unica è il continuo scambio con il pubblico. Pedrini non si limita a cantare: racconta. Alterna aneddoti di vita on the road, ricordi degli anni più turbolenti, riflessioni sulla scena musicale italiana, episodi divertenti e momenti più profondi. Ogni brano diventa l’occasione per aprire una finestra sulla sua storia, su ciò che lo ha formato, sulle persone incontrate lungo il cammino. Il pubblico ascolta, ride, si emoziona, risponde. Si crea un filo diretto, quasi domestico, che trasforma il concerto in una conversazione collettiva.

Accanto ai brani storici, come detto, trovano spazio le pagine della sua carriera solista, sei album che raccontano un evoluzione costante. In questa veste più raccolta, le melodie emergono con maggiore nitidezza e la voce di Pedrini, graffiata e calda, diventa il centro emotivo attorno a cui tutto ruota.
Non mancano alcune cover, scelte come omaggi sinceri ai suoni che lo hanno formato da ragazzo: tra queste spicca una versione intensa e asciutta di Hey Hey, My My, resa con un rispetto profondo ma senza imitazioni, trasformata in un momento di connessione pura tra palco e platea.

La parte finale del concerto si apre con un gesto inatteso e simbolico: gli auguri di buon compleanno dedicati a Sole Spento. Una tradizione che solitamente accompagna i live quando un membro della band compie gli anni, ma che qui diventa un tributo affettivo a una canzone che ha segnato un’epoca e che continua a essere percepita come una presenza viva, quasi una compagna di viaggio.
Il pubblico accoglie l’omaggio con un applauso collettivo, come se quel brano, più di altri, meritasse davvero una celebrazione tutta sua.
Il Santomato Live Club, con la sua dimensione raccolta e il pubblico vicino al palco, amplifica questa atmosfera confidenziale. Pedrini parla, scherza, si apre, e la sala risponde con calore, creando un dialogo che accompagna l’intera serata. È un concerto che non punta sull’impatto, ma sulla verità; non sulla potenza, ma sulla profondità.

La chiusura arriva senza gesti sfarzosi, come un congedo naturale. Rimane nel pubblico la sensazione di aver partecipato a un dialogo in musica, più che a uno spettacolo: un viaggio tra passato e presente, tra ciò che è stato e ciò che continua a essere, con la musica come filo che tiene tutto insieme.









