di Susanna Daniele
LAMPORECCHIO – Non deve essere stato facile per il regista Nicasio Anzelmo adattare in un’ora e mezzo il romanzo pirandelliano “Uno, nessuno e centomila”, pubblicato nel 1925, che lo stesso autore siciliano aveva definito “il più amaro di tutti, profondamente umoristico”.

Fin dall’inizio dominano il grottesco a cui fa seguito ben presto la destabilizzazione sempre più accentuata dell’io del protagonista, Vitangelo Moscarda, fino alla definitiva scomparsa.
Dialoghi serrati, riflessioni, digressioni del protagonista, sospensione del filo del racconto. Non più una successione lineare di eventi ma un susseguirsi di divagazioni destabilizzanti che rappresentano la crisi d’identità del protagonista.
Di fronte a comportamenti considerati da tutti folli, non regge un amore coniugale di facciata, dal momento che la moglie lo vuole fare interdire. Non manca anche una critica sociale alla Chiesa che è disposta a perdonare in cambio del lascito dei beni di Vitangelo.
La fuga, il riparo, come in altre opere di Pirandello, è nella follia, unica possibilità di Vitangelo di aderire, morendo e nascendo continuamente, al flusso della natura. Il testo anticipa di quasi un secolo temi attualissimi, come l’impatto delle attività umane (una banca, nella trama) sul tessuto sociale della comunità, il rapporto con la natura, le molte facce in cui gli altri ci vedono.
In scena Primo Reggiani nel ruolo del protagonista Vitangelo Moscarda, Francesca Valtorta nel ruolo della moglie, Jane Alexander nel ruolo della signorina Anna Rosa, Fabrizio Bordignon e Enrico Ottaviano che impersonano vari personaggi.
Scenografia molto suggestiva: su fondale nero si stagliano sei grandi sagome di teste umane sfalsate in modo da formare delle quinte. Sulle teste sono incollati ritagli di giornali d’epoca, fra cui anche una foto di Pirandello. Nel complesso uno spettacolo apprezzato dal pubblico.










