mercoledì, Settembre 9, 2026

Agnese Pucci al Garibaldi di Prato tra radici e comicità genuina

PRATO – Ieri sabato 7 Marzo è andato in scena presso Il Garibaldi/Milleventi di Prato “Quando viene dicembre”, di Agnese Pucci.

Lo spettacolo già dalle prime battute ci prende per mano con una sincerità che spiazza. Agnese con il suo umorismo tagliente, quello che sembra leggero e invece affonda, ci porta dentro una riflessione. su quello che nel 2025 ha toccato moltissime donne: la violenza sottile e quotidiana di un internet che diventa lama, di un mondo dei social capace di trasformare l’immagine femminile in merce, bersaglio, trofeo da esporre senza permesso.

Alcuni scatti della serata al Garibaldi Milleventi di Prato con lo show di Agnese Pucci (fotografie di Simone Tofani)

Racconta di come foto e momenti privati, strappati dal loro contesto, siano finiti in forum e pagine Facebook, gettati in pasto a un pubblico che non guarda, giudica. E lo fa senza vittimismo, ma con quella sua ironia che non addolcisce, anzi, rende ancora più chiaro il dolore.

Racconta come lei sia riuscita a superare quella ferita grazie all’autoironia, alla capacità di trasformare lo schiaffo in battuta, il disagio in racconto. Ma non dimentica chi non ce l’ha fatta, chi è rimasta schiacciata da quella esposizione mediatica forzata. E così, mentre il pubblico ride, qualcosa dentro si muove, perché Agnese usa la risata come un grimaldello: apre, scardina, costringe a guardare. E lo fa per impedire che tutto questo non venga dimenticato ed accada ancora.

Da lì, lo spettacolo si apre come un ventaglio e ci riporta nel suo mondo, tra il veritiero e il romanzato, troviamo in scena un pezzo di Toscana che non si limita a fare da sfondo, ma respira, giudica, consola e punzecchia.

È un universo dove una nonna parla ti rimpinza consolandoti, con proverbi secchi e sentenze da bar, e dove Bacchereto non è solo un borgo ma un carattere, un odore, un modo di stare al mondo. È un luogo che ti resta addosso come un profumo di castagne, dolce e corposo insieme, capace di farti ridere mentre ti punzecchia.

In mezzo c’è Agnese, che prende tutto questo e lo ribalta con una leggerezza feroce, trasformando la saggezza popolare in filosofia punk, le sagre in riti iniziatici, Nietzsche, lì dietro il banco della bottega.

Il viaggio che ne nasce è comico e surreale, un percorso attraverso le stagioni della vita di Bacchereto, che non è più soltanto un luogo, ma un’entità vivente, in cui ogni tappa è un ritorno e una fuga, un abbraccio e una smorfia.

Si passa dalle origini alle feste improbabili, dagli amori sbagliati ai luoghi che sembrano eterni, sempre con quella domanda sospesa che aleggia come una nuvola di dicembre: si può davvero scappare dalle proprie radici, o sono loro a inseguirci ovunque andiamo? E soprattutto, perché scappare? Le voci dei personaggi creano un dialogo continuo, tenero e graffiante, che sa di nostalgia e di vino rosso, di ironia e di malinconia buona.

Il pubblico, questa volta, è molto di casa vista la vicinanza geografica ed Agnese dal palco interagisce e ringrazia le fonti creative che molte volte prendono vita nei suoi racconti. Rassicurando anche la mamma, che alcune cose sono solo finzioni, licenze poetiche, alcune. Il clima è caldo, quasi di paese, in cui ogni battuta sembra rimbalzare tra palco e platea come un segreto condiviso.

Perché lo spettacolo parla di tutti noi, figli di luoghi che ci soffocano e ci salvano allo stesso tempo, di famiglie che ci modellano anche quando cerchiamo di scappare, di paesi che restano dentro come una cicatrice o una carezza.

Alla fine, quando le luci si sono abbassate e Agnese ha lasciato il palco, è rimasta nell’aria una certezza semplice e ostinata: le radici non si cancellano. Si ride con loro, si litiga con loro, si vive con loro. E Quando viene dicembre ce lo ha ricordato con una verità che non fa rumore ma resta, quella che solo l’ironia sincera e genuina sa custodire: la capacità di guardarsi dentro senza paura, e di riderci sopra senza perdere profondità.

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