lunedì, Ottobre 12, 2026

Elena Dak e i pastori nomadi: ultimi testimoni di un mondo in estinzione?

PISTOIA – Il passo lento, consapevole e sostenibile dei pastori nomadi delle steppe: gli ultimi testimoni di un’attività e di uno stile di vita inevitabilmente destinati a soccombere di fronte all’avanzare della globalizzazione?

Nell’ambito della rassegna Climate Fiction Days, ideata e diretta da Alessandra Repossi, e all’interno degli eventi di Pistoia Capitale italiana del Libro, nella sala conferenze del primo piano del Museo del Contemporaneo di Palazzo Fabroni si è tenuto l’incontro con l’antropologa e scrittrice Elena Dak, già autrice dei volumi “La carovana del sole” (2007) e “Io cammino con i nomadi” (2016), entrambi editi da Corbaccio.

Alcune immagini dell’incontro con Elena Dak, in dialogo con Gaia Angeli, a Palazzo Fabroni nell’ambito della rassegna Climate Fiction Days (foto di Andrea Capecchi)

La conversazione è stata preceduta da un filmato realizzato dalla stessa Dak durante un suo viaggio – uno dei tanti compiuti come ricercatrice tra le popolazioni nelle aree più “periferiche” dell’Africa e dell’ Asia – tra gli uomini e le donne Rabari, uno tra gli ultimi popoli di pastori nomadi presenti nelle regioni indiane del Gujarat e del Rajastan. Un viaggio affascinante nella quotidianità di un popolo custode di tradizioni e di uno stile di vita che viene tramandato di generazione in generazione da secoli, ma che oggi è sempre più a rischio a causa dell’industrializzazione e del processo di globalizzazione che sta radicalmente mutando la società e l’economia indiane.

L’antropologa, prendendo parte a una delle ultime migrazioni di questo popolo lungo antichissimi itinerari e vie carovaniere, si è sentita come una testimone privilegiata di un mondo che sta attraversando un cambiamento epocale e che con tutta probabilità nei prossimi anni andrà a scomparire.

In questo bel reportage Elena ci mostra gesti quotidiani di un popolo che cerca di resistere con tenacia alla comodità di una vita sedentaria, alle nuove autostrade percorse da camion che tagliano gli itinerari delle greggi, all’irrompere della tecnologia che sembra riportare i pastori con i loro dromedari, la loro tosatura a mano delle pecore, il loro incessante spostarsi verso nuovi pascoli, in una dimensione anacronistica e ancestrale.

“Sono stata sempre affascinata dal mondo dei nomadi – racconta Elena Dak, in dialogo con Gaia Angeli – ed è proprio il fascino del viaggio e della scoperta di queste realtà che mi ha portato ad abbracciare l’antropologia: per me è come una lente di ingrandimento che permette di scrutare negli interstizi e nelle pieghe dei popoli, è qualcosa che consente di osservare il mondo con occhi diversi.

L’antropologia ti consente inoltre di vivere più vite insieme perché per immedesimarsi veramente nell’altro è necessario svestirsi dei propri panni e anche di tanti preconcetti e stare a volte anche per mesi con queste popolazioni, partecipando alla loro vita quotidiana secondo un approccio di osservazione attiva. È il metodo più corretto per cercare di comprendere a fondo, come è avvenuto nel mio caso, la vita dei pastori nomadi”.

Elena poi spiega che la “scelta di vita” dei pastori nomadi è la necessaria risposta e l’unica forma di adattamento alla presenza di territori aridi o desertici, geograficamente molto vasti, in cui l’agricoltura è impraticabile a causa del suolo, e il “passo” del nomade, ovvero il suo continuo spostamento, è la strategia che egli mette in atto per poter sfruttare aree altrimenti improduttive.

Il pastore nomade è stato a lungo vittima di un doppio pregiudizio: da un lato fin dall’antichità era visto dalla storiografia in maniera molto negativa, come soggetto selvaggio e culturalmente inferiore rispetto all’agricoltore civilizzato, dall’altro in epoca moderna è stato accusato di essere la causa della rovina del suolo e del processo di desertificazione, mentre in realtà i pastori nomadi sono i primi a non poter sfruttare i terreni in maniera eccessiva, altrimenti il ciclo naturale si interromperebbe e le loro greggi morirebbero.

C’è stata anche, nell’Europa romantica, una visione idealizzata del “pastore errante”, come per esempio nella letteratura leopardiana: ma si trattava appunto di una concezione che non trovava riscontro nella realtà, e gli stessi europei avevano un’idea molto vaga e indefinita del mondo remoto delle steppe e dei deserti e dei loro “misteriosi” abitatori.

A oggi esistono milioni di pastori nomadi che vivono in diverse aree del mondo, dal Sahel alla penisola arabica fino alla regione indiana, e per decenni numerosi governi hanno cercato di attuare politiche restrittive per “fermare” e sedentarizzare i nomadi, con la promessa di servizi scolastici e sanitari, ma in realtà per esercitare un controllo statale su popolazioni altrimenti “sfuggenti”. Ma in molti casi queste politiche si sono rivelate un suicidio dal punto di vista economico, pertanto di recente, tenendo conto anche dei cambiamenti climatici in atto, c’è stata un’inversione di rotta e si stanno portando avanti tentativi per proteggere e promuovere la pastorizia nomade, per esempio in un paese come il Ciad dove una della poche fonti di reddito è rappresentata dai capi di bestiame dei pastori.

Ne consegue che il “passo” del nomade è un passo consapevole, leggero, che stringe relazioni e che ci spinge a riflettere, in opposizione all’impronta ecologica dell’uomo contemporaneo che sta mettendo in grave pericolo l’equilibrio e la salute del nostro pianeta.

Con la loro tenacia, il loro spirito di adattamento, la loro capacità di utilizzare le risorse con parsimonia e di dialogare con l’ecosistema in cui vivono senza devastarlo, i pastori nomadi delle steppe e dei deserti dell’Africa e dell’Asia possono insegnarci molto sul corretto rapporto tra uomo e ambiente.

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