mercoledì, Settembre 9, 2026

I sonetti “traditi” di uno Shakespeare dal “cuore partenopeo”

PRATO – Tradurre è un po’ come tradire: lo sa bene chi si cimenta in una traduzione dalla lingua originale di un testo poetico o letterario.

E lo sapeva benissimo anche Dario Jacobelli, artista partenopeo scomparso prematuramente nel 2013, tra i protagonisti della scena culturale della città di Napoli a partire dalla fine degli anni Settanta, grazie a un’intensa attività come autore di canzoni, sceneggiatore cinematografico e poeta “inusuale”. Negli ultimi anni di vita, infatti, Jacobelli si era dedicato alla traduzione in lingua napoletana – o al “tradimento”, come egli stesso amava definirlo – di trenta sonetti di William Shakespeare.

L’attore Lino Musella in una scena dello spettacolo (foto di Manuela Giusto)

I sonetti sono, per loro natura, “battute senza personaggio”, e nella traduzione di Jacobelli quelli del più grande drammaturgo nella storia del teatro mondiale ritrovano la loro teatralità e finiscono per “suonare bene” in una lingua che con l’inglese dell’età elisabettiana ha, in apparenza, ben poco a che vedere!

Questa vera e propria “sfida” di traduzione poetica arriva al Teatro Metastasio nello spettacolo “L’ammore nun’è ammore” di e con Lino Musella, che, accompagnato dalle musiche dal vivo di Marco Vidino, trasporta il pubblico in un mondo popolato da sentimenti, emozioni, invettive, riflessioni, dove la protagonista assoluta diventa la parola: una parola verace, vibrante, straordinariamente musicale, talvolta molto difficile da afferrare nel suo significato ma non per questo priva di senso, anzi capace di aprire alle nostre orecchie nuovi spazi d’immaginazione.

Lo spettacolo prende avvio con Musella che sale sul palco e, rivolto alla platea, inizia a snocciolare una serie di numeri, in apparenza buttati a caso: si tratta in realtà dei trenta sonetti inclusi nella raccolta shakespeariana – che ne comprende in tutto 154, anche se vi è un lungo e annoso dibattito sul numero corretto e sulla loro attribuzione – scelti e selezionati da Jacobelli per la sua operazione letteraria di traduzione e “tradimento”.

Parte così un percorso interamente in lingua napoletana – non facile da comprendere e da afferrare al primo ascolto: è il limite e al tempo stesso la bellezza dello spettacolo – in cui i sonetti non vengono banalmente “recitati” di fronte al pubblico, ma sono disposti in un filo narrativo come anelli di una catena che Musella scuote e anima con eccezionale abilità e disinvoltura.

I sonetti d’amore del Bardo di Stratford subiscono così una vera e propria trasfigurazione poetica e dall’Inghilterra elisabettiana ci trasportano nei vicoli della Napoli viscerale di Forcella o dei Quartieri Spagnoli, perdendo quella patina di distaccata perfezione letteraria per trasformarsi in urla di desiderio, lamenti di tradimento e amare riflessioni sul tempo che scorre ineluttabile e divora ogni cosa. La lingua partenopea diventa così un “dialetto dell’anima”, una parlata che fonde l’aulico con il popolare, rendendo i tormenti d’amore dell’autore incredibilmente vicini, quasi tattili.

Tale vicinanza anche a livello fisico è sottolineata più volte da Lino Musella, che nel corso dello spettacolo interagisce in maniera diretta con il pubblico della platea – tre sonetti “segreti” vengono rivelati solo e soltanto ad altrettanti spettatori seduti nelle prime file – e si muove ben oltre lo spazio scenico, fino ad affacciarsi, sul finale, dalla galleria del terzo ordine, proprio “in vetta” al Metastasio.

È uno spettacolo che vibra di un’urgenza autentica, nato da un legame profondo tra l’attore e Jacobelli, il cui spirito sembra aleggiare sospeso tra le rime, mentre il pubblico viene trascinato in un vortice emotivo dove l’amore, la morte e la bellezza si mescolano senza sosta. Non è solo teatro; è un atto d’amore verso la poesia che sopravvive a chi l’ha scritta: Musella ci ricorda che Shakespeare è vivo perché i suoi dubbi sono ancora i nostri, e che il “tradimento” di Jacobelli è, in realtà, l’unica forma possibile di fedeltà.

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