PISTOIA – Quattro appuntamenti di public history, tra venerdì 10 e sabato 11 aprile, per riflettere sulla grande e attuale questione delle aree interne, della loro vita e del loro futuro.
Torna per la terza edizione l’iniziativa “Storia e Storie: lezioni sull’uso e l’abuso della storia” promossa dal Centro di Studi di Storia e d’Arte di Pistoia, che intende proporsi come luogo di riflessione e di dialogo, non solo per un pubblico di studenti e di specialisti, ma per tutti gli appassionati e gli interessati.

In una società schiacciata su un presente spesso senza prospettiva, diventa necessario riflettere sul senso della Storia e delle storie, sui rapporti di parentela fra le verità storiche e le finzioni letterarie, sulle commistioni dei loro linguaggi e sulle differenze dei generi. La Storia e le storie sono, del resto, la tela continua all’interno delle cui maglie si muovono per intero le nostre esistenze e la nostra comprensione della realtà e sono anche l’oggetto di ricorrenti e pericolose operazioni di uso, di riuso e di abuso.
Le “Lezioni sull’uso e l’abuso della storia”, come recita il sottotitolo, possono assumere allora la funzione di un appuntamento di sorveglianza critica nei confronti della semplificazione e della distorsione che può arrivare dalla società mediatica della comunicazione rapida.
Il tema scelto per questa edizione è “La Restanza: partire, tornare, restare”: un tema di stringente attualità, che molto deve alla riflessione di Vito Teti, dei territorialisti, dei demografi e dei sociologi, che ci impone di guardare alle possibilità di restare e di ripopolare borghi e paesi non come una scelta riduttiva, ma come una grande sfida che può saldare il futuro di molti giovani con i territori e con le loro possibilità di sviluppo.
Il problema delle aree interne rappresenta una delle sfide più complesse e affascinanti per l’Italia del ventunesimo secolo: queste zone, che coprono circa il 60% del territorio nazionale, non sono semplicemente “luoghi lontani”, ma costituiscono la spina dorsale del Paese, oggi tuttavia segnata da una profonda crisi demografica e funzionale. Il cuore del problema risiede nel “diritto di cittadinanza”: vivere in un borgo dell’Appennino o delle Alpi significa spesso scontrarsi con la rarefazione dei servizi essenziali, come la sanità, l’istruzione e i trasporti. Questo isolamento ha innescato un circolo vizioso di emigrazione che dura da decenni, trasformando centri storici un tempo “vissuti” dalle comunità locali in quelli che l’antropologo Vito Teti definisce “paesi dell’abbandono”.
Dal punto di vista antropologico, il vuoto lasciato dalle persone non è solo fisico, ma culturale. La perdita di una comunità significa la fine di un presidio territoriale e della manutenzione del paesaggio, con conseguenti rischi idrogeologici. Tuttavia, l’abbandono non deve essere visto come un destino ineluttabile. Negli ultimi anni è emersa una nuova sensibilità legata al concetto di “restanza”: il diritto di rimanere in un luogo non per rassegnazione, ma per scelta consapevole e rigenerativa. Restare diventa un atto politico e creativo che mira a ricucire lo strappo tra centro e periferia.
La sfida del “riabitare” questi paesi non può limitarsi al recupero architettonico o a politiche di “turistificazione” mordi e fuggi. Non basta ristrutturare una facciata se all’interno non batte il cuore di una funzione sociale. Il futuro dei paesi abbandonati dipende dalla capacità di integrare la tradizione con l’innovazione tecnologica. La digitalizzazione e lo smart working offrono prospettive inedite, permettendo a giovani professionisti di stabilirsi lontano dalle metropoli congestionate, a patto che la banda larga arrivi ovunque.
Sotto il profilo demografico, i dati sono impietosi: l’invecchiamento della popolazione e la denatalità colpiscono duramente le aree interne. Per invertire la rotta, è necessario passare da una logica assistenziale a una logica di sviluppo locale. Le “comunità di progetto” sono la chiave: gruppi di cittadini, istituzioni e imprese che decidono di investire sulla qualità della vita, sull’agricoltura eroica, sul turismo sostenibile e sull’economia circolare. Il riabitare deve quindi essere inteso come un processo multiculturale e aperto, capace di accogliere nuovi residenti, siano essi immigrati in cerca di integrazione o “ritornanti” che portano competenze acquisite altrove.
In prospettiva, le aree interne non sono il passato da salvare, ma un laboratorio per il futuro: in un mondo che affronta la crisi climatica, la sovrappopolazione urbana e lo stress sociale, i piccoli paesi offrono un modello di vita a misura d’uomo, più resiliente e connesso con la natura. La Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) è un primo passo istituzionale, ma il vero cambiamento deve partire dal basso: salvare i paesi significa salvare l’identità plurale dell’Italia, trasformando la nostalgia in progetto e il silenzio dei borghi in un nuovo spazio di possibilità e democrazia.
Di seguito il programma degli eventi:
Venerdì 10 aprile ore 11,00 – Liceo Scientifico “Amedeo di Savoia”
LEZIONE
Luca Bertinotti
L’illusione del vuoto. Fotografia e futuro dei paesi abbandonati
Venerdì 10 aprile ore 17,00 – Fondazione Caript, Saloncino di Palazzo de’ Rossi
LEZIONE
Rossano Pazzagli
Abitare i paesi: una sfida per il futuro
Sabato 11 aprile ore 11,00 – Liceo Classico “Niccolò Forteguerri”
LEZIONE
Marco Breschi
La demografia delle terre alte
Sabato 11 aprile ore 17,00 – Chiesa di San Iacopo in Castellare
DIALOGO
Pietro Clemente dialoga con Claudio Rosati
L’antropologia vissuta delle aree interne







