FIRENZE – Ieri il Teatro Cartiere Carrara è stato il punto di inizio del “Live 2026 Club” di Ermal Meta, tour che lo vedrà protagonista in diverse città italiane in questo mese di maggio.
Il cantautore ha impostato il concerto in una chiave più intima, come se avesse aperto una stanza interiore e ci avesse fatto entrare tutti, uno alla volta, senza fretta, con quella naturalezza che rende immediato il legame tra palco e platea.

Il Teatro Cartiere Carrara, raccolto e vibrante, sembrava fatto apposta per lui. Le luci non cercavano di stupire, ma di accompagnare: tagli morbidi, colori che cambiavano come stati d’animo, un palco che respirava insieme al pubblico.
La scaletta ha preso forma come un racconto. I brani più intimi sono arrivati con una delicatezza che non aveva nulla di fragile: erano confessioni che diventavano collettive, parole che sembravano scritte per chiunque fosse seduto lì. Nei pezzi più energici, invece, il Teatro Cartiere Carrara si è trasformato in un unico corpo che batteva il tempo, senza bisogno di inviti. Ermal Meta ha alternato chitarra e pianoforte con naturalezza, come se ogni strumento fosse un diverso modo di dire la stessa verità.

Tra una canzone e l’altra si è creato un dialogo costante, quasi un respiro condiviso. Ermal Meta non si limitava a introdurre i brani: ascoltava le voci che arrivavano dalla platea, rispondeva, rilanciava, lasciava che quel botta e risposta diventasse parte stessa del concerto. Ogni scambio aggiungeva un tassello al legame che si stava formando, rendendolo via via più intenso, più diretto, come se il pubblico fosse entrato a far parte della narrazione che stava costruendo sul palco.

Il momento più intenso è arrivato quando la sala si è fatta quasi buia e la sua voce, nuda, ha riempito lo spazio come un respiro trattenuto troppo a lungo. Nessun effetto, nessuna sovrastruttura: solo lui, e una platea che ascoltava come si ascolta qualcosa che non si vuole perdere.
Il finale è stato un crescendo di emozioni, un punto di arrivo che sembrava cercare da tutta la sera il momento giusto per rivelarsi. Le ultime note sono emerse piene, luminose, come se avessero finalmente trovato il loro posto.

E quando le luci si sono spente, quella rivelazione non si è dissolta: è rimasta sospesa, trattenuta nella platea, un’eco che continuava a vibrare mentre il pubblico si alzava lentamente, ancora immerso in ciò che aveva appena vissuto.










