di Elisabetta Branchetti
PISTOIA – Marco Fattibene è un docente di lettere nato a Pistoia nel marzo 1995 ed ha frequentato la facoltà di filologia moderna presso Firenze. Non ama fondere la dimensione privata con quella pubblica ma immagina si possa dire che sia una persona empatica ed esplosiva, ma anche caotica e talvolta eccessivamente chiusa in se stessa.

Come e quando nasce la tua passione per la musica?
La mia passione per la musica nasce nella mia infanzia ascoltando le cassette che mia madre teneva in macchina: quindi Vasco Rossi, Zucchero, Dire Straits, Renato Zero ecc. In quella fase, dunque il periodo della scuola elementare, provai ad approcciarmi per la prima volta ad uno strumento, il pianoforte: tuttavia, non scattò la scintilla. Questa invece esplose durante la mia primissima adolescenza quando spopolavano fra i ragazzini nomi come Green Day, Linkin Park e Muse e contemporaneamente riscoprì le leggende del rock anni ‘70/’80 come Queen, Led Zeppelin, Deep Purple e Pink Floyd: è proprio guardando il famoso live a Wembley dei Queen che sognai ad occhi aperti di poter suonare la batteria davanti a tutte quelle persone; da lì le cose iniziarono a rotolare.

Qual è il tuo percorso artistico?
Per un ragazzo della mia età da adolescente non era difficile trovare altre persone con cui fondare un gruppo e come molti nel corso delle superiori ho militato in credo almeno una decina di progetti, tutti fallimentari a modo loro ma che hanno avuto l’enorme importanza di mettermi a contatto con generi che fino a quel momento mi erano rimasti estranei: industrial, grunge, post rock, hardcore punk ecc. Il primo progetto con una certa dose di serietà in cui ho suonato e di cui sono stato importante cuore pulsante sono i Nadir: a loro ho dedicato molte delle mie energie musicali tra la quarta superiore e la fine dell’università, ho scritto molto, ho arrangiato altro e comunque è stato sicuramente il progetto con cui ho imparato esattamente cosa vuol dire far parte di una band, compresi gli schiaffi e le delusioni purtroppo. Ormai dal 2020 sono parte dei “Reira dimentica il presente”, un trio alt rock con i quali siamo ancora attivissimi e freschi di singoli pubblicati da poco o che usciranno tra poco: un progetto sicuramente più maturo nelle dinamiche umane e che continua a darmi delle piccole ma importanti soddisfazioni. Contemporaneamente a questi progetti ho fatto parte di realtà come il duo pop Lilja Brik ed i Black magic trees formazione industrial con la quale mi sono tolto la soddisfazione di suonare anche in situazioni davvero interessanti.
Quale strumento suoni?
Suono la batteria da quando avevo 11 anni ed in buona parte dei progetti sopra citati questo è stato il ruolo che ho ricoperto. Tuttavia me la cavo anche con il basso e finché si rimane in territori legati all’accompagnamento le tastiere. In linea generale sono un musicista curioso, a cui piace apprendere almeno le basi elementari degli strumenti che mi capitano tra le mani: avendo occasione di trovarmi in situazioni molto diverse tra loro in studio capita che registri addirittura qualche semplice parte di chitarra, seppure sia uno strumento che sento proprio non appartenermi.

Hai mai scritto inediti?
Assolutamente sì, con un po’ di audacia azzarderei dire che trovo innaturale che un musicista non trovi l’energia e la necessità di suonare qualcosa che nasca dentro di lui. é assolutamente opinabile quanto ho detto, posso occuparmi io stesso del contraddittorio: diciamo che non ha mai fatto parte di ciò che io ho sentito nella mia urgenza comunicativa fare cover. Amo e ho amato suonare canzoni altrui, comprenderne le scelte e gli stili; ma poi tutti miei ascolti sono quasi sempre convogliati in ciò che io sentivo il bisogno di comunicare.
Hai uno studio di registrazione e produci artisti emergenti?
Esattamente, sono l’uomo dietro il Bubinga Sound Studio che mi piace pensare sia contemporaneamente più e meno che uno “studio registrazione”: gli studi di registrazione dalla S maiuscola sono altri, sono tanti e non si può paragonare quel tipo di esperienza a ciò che si vive da me: per come la vedo proponiamo risposte a domande artistiche molto diverse. Si potrebbe dire che il Bubinga sia un home studio sotto steroidi ma è una definizione che in realtà non lascia spazio a ciò che vorrei fare con questo progetto. Il Bubinga nasce come mio spazio personale, la mia “stanza tutta per me” dove produrre la mia musica con tutta la calma del mondo e prendermi personalmente cura delle mie creature: un artista giovane spesso, per quanto pensi di essere pronto, arriva sempre in studio mediamente impreparato e con le idee molto vaghe su come si faccia ad arrivare ad un certo risultato. Questa condizione può portare ad una rosa di esiti: produci un po’ in fretta e ti accontenti di ciò che verrà fuori, oppure dedichi tempo in studio e questo naturalmente costa. Sarebbe fighissimo non porsi questo problema: talvolta ti senti dire “se ci tieni spendi quanto devi” ma credo che sia un’affermazione traboccante o d’interesse o di spocchia classista; tanto più ora che suonare inediti pagato è una rarità, le piattaforme offrono spiccioli agli artisti ed il disco non è la conclusione del percorso ma il prodotto minimo su cui dovrai investire in distribuzione, promozione, video, merch, agenzia, booking e quant’altro. Quindi il bubinga nasce per regalarmi il tempo di registrare tutto come desideravo, sperimentare tutto ciò che mi andava e accrescere le mie competenze come produttore e arrangiatore. Nel giro di poco però ho iniziato a produrre alcuni amici che me lo avevano chiesto, e poi il giro si è iniziato ad allargare a persone che avevano sentito i miei lavori e volevano capire come funzionasse la baracca. Questo mi ha permesso di conoscere e lavorare con tanti ragazzi pieni di energie e speranze, con diversi talentuosi musicisti e spaziare tra mille generi; ho posto pochi limiti al tipo di artisti con cui voglio collaborare: il primo è che intendo occuparmi esclusivamente di musica suonata, non perché disprezzi la musica campionata, elettronica, rap, trap ecc ma perché non è il mio e non credo che il mio apporto sarebbe rilevante né stimolante; ma soprattutto niente cover, perché altrimenti sto benissimo a casa mia con un libro in mano. Per il resto sono aperto a tutto. Il bubinga attualmente è una comunità di ragazzi che s’incontrano nelle mie stanze per assistere alle registrazioni degli altri, per contribuire e suonare alla necessità, ridere e supportarsi, vengono per non essere soli in un mondo in cui dedicare tempo alla bellezza è decisamente faticoso e frustrante. Abbiamo band rock come gli Acanto, i Deathcup e gli Entropia; il funk dei Chirico e dei Macrolotto.exe; il metal dei Melethor, Nihilence e Black Willow; il retrò pop di Chélie come anche le sonorità più contemporanee di Clarissa e Danubio; abbiamo la potenza cantautoriale di Manuel Bagnoli e di Barros come il progressive dei Paganer. Ce n’è per tutti i gusti e questo mi stimola all’inverosimile, ma soprattutto c’è tanta voglia di stare insieme con la musica, e questo restituisce alla quarta arte di Batteux una dimensione che troppo a lungo è rimasta sopita e credo che stia tornando: la comunità.
Parlaci del tuo progetto in merito al circolo Garibaldi
Si sarà capito dal mio pippone precedente che, per come la vedo io, per poter sostenere le idee e le arti ci sia bisogno anche di luoghi fisici dove guardarsi negli occhi ed essere comunità. Purtroppo il Bubinga pur essendo un bellissimo salotto è pur sempre uno studio registrazione di cui io sono il produttore e quindi piegato al tempo che posso dedicarci ed anche ad una sorta di gerarchia (se la vogliamo mettere in questi termini) perché lo spazio è mio e naturalmente decido io in quali progetti investire le mie energie ed in quali no. Tuttavia, attorno a me sto scoprendo troppe persone con tante energie e idee che non possiamo semplicemente lasciar mangiare alle giornate vuote. Mi serviva un luogo dove poter guardare in faccia le persone che mi circondano e dire “questo luogo è nostro, rendiamolo bello” e in questo senso al Garibaldi abbiamo trovato una bella casa pronta ad ospitarci. In questi mesi abbiamo organizzato una serie di eventi musicali e non, tutti volti a raccogliere fondi per riammodernare il salone e renderlo godibile per l’organizzazione di concerti, presentazioni di libri, incontri di divulgazione, mostre e tutto ciò che potrà passarci per la testa. Non appena ho presentato questa idea chiamata “Progetto Majakovskij” le offerte di aiuto e supporto mi sono piovute da ogni angolo e questo non ha potuto che aumentare il mio fomento, ancor più perché si parla di quei ragazzi più giovani di me che ad una parte della società piace immaginare passivi, disinteressati e indifferenti. Quest’estate dovremmo dunque riammodernare la sala grande del Garibaldi in modo da essere pronti per settembre al far partire una bella programmazione di live di musica inedita locale e da tutta Italia, divulgazione, mostre e altro: vedremo come si evolverà la situazione ma a me piace essere ottimista, sarà per forza qualcosa di bello.
Aprendo il famoso cassetto dei sogni quale vorresti realizzare?
Primariamente vorrei invecchiare senza avere la sensazione di aver buttato via il mio tempo. Mentre, se devo sognare con più romanticismo, tra vent’anni, quando sarò un cinquantenne e di energie ne avrò meno, vorrei poter pensare di esser stato parte importante di qualcosa che è ancora vivo e che dà voce ai giovani che stanno nascendo esattamente ora. Questo è già più difficile da immaginare ma non posso fare a meno che sperarci; ribadisco, sono un ottimista.









