PISTOIA – Una band storica del rock britannico, un atteso ritorno sul palco del Pistoia Blues Festival, una serata di grande musica – ma, come vedremo, con una pecca – per chiudere l’edizione di quest’anno.
Quasi sessant’anni di carriera, venticinque album in studio, quattro esibizioni sul palco del Pistoia Blues Festival, ogni volta regalando al pubblico una nuova emozione: sono alcuni dei numeri che caratterizzano i Jethro Tull, iconica band britannica, già pioniera del progressive rock, guidata dall’inossidabile Ian Anderson, che alla soglia degli ottant’anni sprigiona ancora un’energia capace di coinvolgere e contagiare il pubblico.
Preceduti dal live di opening di Strea, cantautrice bresciana dall’anima folk e progressive, i Jethro Tull salgono sul palco di piazza Duomo quando ancora la luce del tramonto si riverbera sugli edifici storici che ne fanno da cornice, per un concerto di poco più di due ore diviso in due “tempi”.
Fin dai primi pezzi di carattere soprattutto strumentale il frontman Ian Anderson dà prova della sua versatilità come polistrumentista, alternandosi nel suonare flauto e chitarra acustica. La piazza si scalda sulle note e le parole di brani storici come Thick As a Brick, Beggar’s Farm e Some Day The Sun Won’t Shine For You, che ci riportano indietro nei ritmi progressive rock e blues a cavallo tra anni Sessanta e Settanta.
La scaletta prosegue con The Navigators, Curious Ruminant e Pastime With Good Company, mentre le luci del palco si fanno più tenui e soffuse e il buio si impadronisce della piazza, lasciando che sia la musica a prendere il sopravvento. Il sound diventa più complesso e articolato, unendo il classico rock progressive ai ritmi folk e al suono inconfondibile del flauto di Anderson, che ancora una volta esprime il suo virtuosismo con vibrazioni chiare e nette, accennando talvolta anche qualche leggero passo di danza.
L’oscurità crea l’atmosfera giusta per trasformare la piazza in una sorta di teatro lirico in cui i Jethro Tull eseguono Bourée, uno degli esempi più riusciti di contaminazione tra rock e musica classica, brillante riarrangiamento di una suite per liuto di Bach. Applausi convinti del pubblico a cui segue una pausa di circa un quarto d’ora che spezza i due tempi del concerto: alla ripresa ecco My God, famosa per essere una critica feroce e provocatoria contro le ipocrisie delle religioni organizzate e il clero, e segnata da momenti acustici e folk con sfuriate hard rock e aperture classiche.
Spazio poi a Over Jerusalem, intenso quanto attuale tributo a una città da sempre in bilico tra due mondi e tra pace e guerra, più volte visitata dalla band durante le tournée in Medio Oriente e rimasta nel cuore di Anderson che ha voluto dedicarle questo struggente canto d’amore.
I ritmi tornano a salire con due capolavori assoluti della band, noti anche per la loro lunghezza superiore ai dieci minuti: Budapest e Aqualung, che rapiscono il pubblico in ascolto con i loro arrangiamenti rivoluzionari, che alternano strofe guidate dalla chitarra acustica a improvvise e aggressive esplosioni hard rock, senza dimenticare i riff potenti e gli assoli di chitarra, tra i più apprezzati dai cultori del rock.
Altra breve pausa e gran finale con il ritmo poderoso e incalzante di Locomotive Breath, in un crescendo di assoli e con il “flauto magico” di Anderson che torna protagonista assoluto. Applausi a scena aperta per tutti i membri di una band che ha fatto e continua a fare la storia del progressive rock, e che si congeda dal pubblico pistoiese sulle note un po’ malinconiche di What a Wonderful World di Louis Armstrong. Ma non c’è il sapore dolente dell’addio, piuttosto quello di un arrivederci con l’auspicio che possono tornare nuovamente a Pistoia in un Festival Blues dove possono definirsi ormai “di casa”.

Da segnalare – ed è la ragione dell’assenza di immagini del concerto – la policy decisa dalla band per quanto riguarda foto e video: prima dell’inizio del concerto il pubblico è stato avvisato a non scattare foto nè fare registrazioni video con i telefonini durante il live, è stata concessa una deroga solo negli ultimi dieci minuti, durante il bis, per potere fare foto e video di ricordo della serata.
Una decisione su cui si può discutere ma legittima e per certi versi anche condivisibile, visto che oggi ai concerti gli artisti che si esibiscono sul palco si trovano di fronte una “selva” di telefonini puntati su di loro, e ciò può chiaramente dare fastidio, distrarre o far perdere autenticità all’esperienza dal vivo.
Meno legittima e comprensibile è l’estensione del divieto – in questo caso assoluto! – ai fotografi professionisti e agli operatori di stampa e tv, tutti regolarmente accreditati, che si sono visti impedire la possibilità di scattare foto o fare registrazioni video – anche solo per pochi minuti, e non necessariamente sotto palco – in violazione del diritto di cronaca fotogiornalistica dell’evento.
Una proibizione tassativa che ha reso il concerto un po’ agrodolce, e di cui, è bene ribadirlo, gli organizzatori del Pistoia Blues non hanno alcuna responsabilità: tuttavia per il futuro sarebbe opportuno avvertire per tempo pubblico e fotografi della presenza di tali divieti e cercare di trovare un equo compromesso tra il diritto della band a suonare senza distrazioni e il diritto dei professionisti – che non sono lì a divertirsi – a fare corretta informazione.









