di Martina Lepore
PRATO – Sarà possibile visitare fino a domenica 26 luglio il percorso espositivo dedicato alla figura di Marian Kołodziej e alle sue produzioni artistiche, simbolo di ricordo e memoria di una delle pagine più tragiche della storia: la deportazione nei campi di concentramento.
Il Museo della Deportazione e Resistenza di Prato, in via di Cantagallo 250, offre così ancora per pochi giorni l’opportunità di visitare la mostra e ripercorrere, attraverso le opere esposte, la quotidianità e le vicende vissute dalle vittime della persecuzione nazifascista.
Il progetto è nato in occasione di una visita al Museo di Auschwitz-Birkenau, nell’ambito di un percorso di formazione residenziale per operatori culturali svoltosi a Oświęcim e realizzato dalla Fondazione “Museo e Centro di documentazione della Deportazione e Resistenza – Luoghi della Memoria Toscana”.

Proprio in tale contesto è nata l’idea di valorizzare nuovamente la figura di Kołodziej: uno dei primi deportati al campo di Auschwitz e sopravvissuto fino alla liberazione del campo di Ebensee, tra gli ultimi liberati in Europa e uno dei più significativi per quanto riguarda la deportazione politica toscana.
Grazie all’impegno di alcuni dei pochi sopravvissuti, tra cui Roberto Castellani e Dorval Vannini, la città di Prato vanta un gemellaggio ultra quarantenne con la città austriaca di Ebensee, un importante legame simbolo di memoria. La mostra è così nata grazie alla collaborazione con il Museo Statale di Auschwitz-Birkenau e alla disponibilità al prestito di opere originali di Marian Kołodziej, mai uscite in precedenza dai depositi del Museo.
La mostra comprende infatti tre elementi originali in legno, esposti per la prima volta in Italia, e repliche di disegni poco conosciuti, opere che rappresentano la cruda testimonianza del trauma vissuto e che sono le uniche prodotte dall’artista fino a quando, diversi decenni più tardi, con la serie “Klisze Pamięci”, torna ad affrontare il tema della memoria della deportazione, raccontando aspetti come il lavoro forzato, la fame, le sofferenze e le punizioni.
Nato il 6 dicembre 1921 a Raszków, Marian Kołodziej, poco più che diciottenne tenta di unirsi alla resistenza polacca insieme ad altri compagni, ma il 24 maggio 1940 viene arrestato e imprigionato nel carcere di Montelupich, per poi essere successivamente trasferito a quello di Tarnów. Viene così deportato ad Auschwitz insieme ad altri prigionieri politici polacchi, dove riceve il numero di matricola 432 e contrassegnato dal triangolo rosso rovesciato.
Viene assegnato a diverse squadre di lavoro e, nel marzo del 1944, viene trasferito al cosiddetto Lagermuseum, dove riesce anche a realizzare alcuni dipinti, poi sepolti nel terreno all’interno di una pipa di ceramica e mai più ritrovati dopo la liberazione.
Da Auschwitz viene trasferito a Gross-Rosen e nei suoi sottocampi, poi a Buchenwald, Sachsenhausen ed infine a Mauthausen, nel sottocampo di Ebensee, dove viene liberato il 6 maggio 1945 dalle truppe della Terza Cavalleria e dell’80ª Divisione di fanteria dall’esercito americano. Nel 1950 si laurea in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Cracovia e inizia a lavorare al Teatro Wybrzeże di Danzica, dove rimane fino al pensionamento. Nel 1993 viene colpito da un ictus e questo periodo rappresenta il ritorno all’arte come parte del percorso di riabilitazione. Marian Kołodziej muore il 13 ottobre 2009 a Danzica all’età di 87 anni.
Il campo di Ebensee, istituito dalle SS il 18 novembre 1943 per ragioni di natura strategica e militare, fu uno dei sottocampi più duri del complesso concentrazionario di Mauthausen, nell’Alta Austria, e rappresenta una delle massime espressioni della brutalità nazista legata allo sfruttamento del lavoro forzato. Nel campo furono deportati complessivamente circa 27.000 uomini provenienti da tutta Europa, in gran parte russi, polacchi, ungheresi, francesi e italiani. Tra questi ultimi vi fu un numero considerevole di deportati toscani, arrestati da nazisti e fascisti dopo lo sciopero generale del marzo 1944.
Sarà possibile visitare la mostra negli orari di apertura del Museo. Da lunedì al venerdì: dalle 9.30 alle 12.30. Lunedì e giovedì: dalle 15.00 alle 18.00. Sabato dalle 16.00 alle 19.00. Domenica: dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00. L’ingresso è libero e non vi è bisogno della prenotazione.










