giovedì, Settembre 24, 2026

Raoul Mantini vince la quinta edizione del Premio di Composizione “Ciro Scarponi”

ROMA – La Giuria della Vª edizione del Premio di Composizione ‘Ciro Scarponi’ – costituita Stefano Conzatti (Presidente), già primo clarinetto della Fondazione Arena di Verona; Giampaolo Lazzeri, Presidente dell’ANBIMA APS Rete Associativa Nazionale; Stefano Ragni, critico musicale e docente dell’Università per Stranieri di Perugia; Alessandro Zucchetti (Segretario), chitarrista, direttore di coro, docente del Liceo musicale ‘A. Mariotti’ di Perugia, e Presidente dell’Associazione musicale ‘Ciro Scarponi’ di Torgiano – ha proclamato, all’unanimità, l’umbro Raoul Mantini quale vincitore del Premio, con la composizione titolata ‘Klezmersuite’, che sarà eseguita il prossimo 4 ottobre alle ore 21.00, a conclusione del IX Concorso di esecuzione musicale ‘Ciro Scarponi’, a Torgiano, nella Chiesa di San Bartolomeo, per l’interpretazione di Riccardo Crocilla, primo clarinetto dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, e Stefano Ragni al pianoforte, per poi essere pubblicato dalla Casa editrice Boario.

Raoul Mantini è compositore, arrangiatore, direttore di coro e docente di musica. La sua formazione unisce gli studi di composizione, direzione corale, arrangiamento e didattica musicale a una solida preparazione umanistica: oltre ad aver svolto con profitto studi accademici in composizione, fisarmonica classica e didattica della musica è infatti laureato in lingua e letteratura russa e ha approfondito i propri studi presso l’Università Statale della Bielorussia.

Raoul Mantini

La sua scrittura nasce da una concezione prevalentemente tonale e melodica della musica, nella quale la chiarezza formale, la cantabilità e l’attenzione al colore strumentale occupano un ruolo centrale. Nel suo linguaggio confluiscono suggestioni provenienti dalla tradizione classica europea, dalla musica klezmer e balcanica, dal jazz e dalla canzone d’autore, rielaborate attraverso una sensibilità contemporanea ma sempre orientata alla comunicazione con l’ascoltatore.

Particolare rilievo assume nella sua produzione il repertorio per clarinetto e per strumenti a fiato, caratterizzato da ampie linee melodiche, vivacità ritmica e attenzione alle possibilità espressive e timbriche degli strumenti. Tra i suoi lavori figurano composizioni come A lid blaybt, Belgrader Tauben e Sadakhlo, oltre a pagine corali, brani per ensemble, musica destinata alla didattica e un’opera per ragazzi.

Il rapporto tra musica, parola e pronuncia costituisce un altro importante ambito della sua ricerca. Mantini è autore di un trattato dedicato alla dizione italiana per cantanti lirici stranieri, nel quale mette in relazione competenze musicali, linguistiche e fonetiche. Questa duplice formazione gli consente di dedicare particolare attenzione alla prosodia, all’intelligibilità del testo cantato e alla naturale corrispondenza tra parola e frase musicale. Inoltre, di recente pubblicazione è il suo volume “LA CAREZZA ESSENZIALE: l’importanza dell’affettività nell’insegnamento della musica”, nel quale affronta il ruolo della relazione affettiva e psicologica tra docente e allievo come elemento fondante del processo di apprendimento musicale, con particolare attenzione alla costruzione della fiducia, alla motivazione e alla dimensione umana dell’esperienza didattica. Nella sua attività artistica e pedagogica Mantini considera la composizione non soltanto come ricerca individuale, ma anche come strumento di dialogo culturale, formazione e incontro tra tradizioni musicali differenti.

Il brano vincitore del Concorso ‘Klezmersuite’ per clarinetto e pianoforte, nasce come viaggio ideale della musica klezmer attraverso il Novecento fino al presente.

I quattro movimenti non ricostruiscono episodi storici reali, ma rappresentano quattro immagini sonore di una stessa identità musicale che cambia ambiente senza perdere la propria riconoscibilità. Il klezmer nasce nelle comunità ebraiche ashkenazite dell’Europa centro-orientale, dove accompagnava soprattutto feste, matrimoni e momenti della vita comunitaria. Il clarinetto, divenuto progressivamente uno dei suoi strumenti più rappresentativi, ne esprime il carattere vocale, capace di evocare pianto, riso, grido e cantillazione. Elemento centrale della Suite è la yiddishkeit, intesa come memoria, lingua, ironia, malinconia, vitalità e appartenenza al mondo yiddish.

Il primo movimento, Warsaw 1936: “Shlomo’s workshop”, immagina la quotidianità della Polonia ebraica poco prima della sua distruzione, con una scrittura libera, ornamentata e fortemente espressiva. Il secondo, New York 1966: “Take fifteen”, rappresenta l’incontro del klezmer con la modernità americana, il jazz e la cultura urbana di New York. Il titolo allude al linguaggio jazzistico (evidente l’ammiccamento – in chiave rigorosamente klezmer – alla celebre “Take Five” di Paul Desmond), mentre il metro di 15/8 sottolinea una dimensione ritmica tesa e metropolitana. Il terzo movimento, Shanghai 1996: “Once upon a time in Kaifeng”, affronta in modo simbolico il tema della diaspora, della memoria e della sopravvivenza dell’identità ebraica. Shanghai richiama l’accoglienza dei profughi ebrei europei, mentre Kaifeng rimanda a una più antica presenza ebraica in Cina. Il movimento diventa così una riflessione musicale sul ricordo, sulla distanza e sulla capacità di una cultura di riaffiorare dopo l’assimilazione. L’ultimo movimento, Buenos Aires 2026: “Klezmertango”, porta il percorso nel presente e rappresenta l’incontro tra klezmer e tango argentino. Il ritmo 3+3+2 e il carattere brillante esprimono una sintesi nuova, vitale e non nostalgica.

La Suite segue quindi una traiettoria che va dalla radice alla diaspora, dalla diaspora alla memoria e dalla memoria alla trasformazione. Varsavia rappresenta l’origine, New York l’adattamento, Shanghai/Kaifeng la sopravvivenza dell’identità e Buenos Aires la fusione culturale.

Il clarinetto è la voce che attraversa l’intero percorso: canta, piange, scherza, danza e si reinventa. Klezmersuite vuole così mostrare la Yiddishkeit non come semplice memoria del passato, ma come identità viva, capace di trasformarsi senza perdere la propria essenza.

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