di Stefano Di Cecio
SERRAVALLE PISTOIESE – Un’iniziativa nata quasi per scherzo all’inizio dell’anno, per opera di un gruppetto di amici appartenenti a quattro realtà pistoiesi che operano nell’ambito dell’editoria, dell’arte e dello sviluppo umano.
Ce lo ha detto Filippo Giaconi della Tipografia GF Press, sede anche degli eventi, uno dei promotori insieme a Sheet Art con il suo referente Fabio De Poli, la casa editrice Compagnia dei Santi Bevitori e infine l’organizzazione CEDEI Italia nata per contribuire allo sviluppo umano e sociale. L’idea è stata quella di realizzare una serie di incontri legati dalla passione per il libro: sono iniziati a marzo e, fatta eccezione per quello di oggi di cui parleremo fra poco, ne sono rimasti in programma due.

Il primo ci sarà il 21 novembre alle 17,30 tenuto da Milva Maria Cappellini sul libro “Chiedi alla polvere di Anarres”; l’ultimo sabato 12 dicembre, sempre alle 17,30 tenuto dal Presidente del Centro Bolognini Roberto Cadonici, su “Bolognini e Zeffirelli all’Università”.
Anche se si tratta di incontri in cui si parla di libri, non è un’iniziativa legata a “Pistoia Capitale del libro” semplicemente perchè si svolge nel comune di Serravalle Pistoiese e non può rientrare nel cartellone di quelle del capoluogo di provincia. Altra regola fondamentale: i relatori devono far rientrare l’evento entro i venti minuti, pena l’interruzione dell’esposizione con il suono di una campana, facsimile di quella di Rovereto fusa con il bronzo dei cannoni della prima guerra mondiale.
Un’ultima cosa: gli incontri sono preceduti da un’introduzione musicale con una scelta un po’ fuori dagli schemi; in un mondo dominato dall’elettronica, qui si utilizza solo la voce umana senza accompagnamenti strumentali.
La canzone di ieri è stata “O Gorizia tu sei maledetta”, una canzone di trincea che, eseguita durante lo spettacolo Bella Ciao al Festival dei due mondi nel 1964, finì sulle prime pagine dei giornali per le contestazioni degli ufficiali dell’esercito presenti all’evento. Il motivo? Perché era una canzone cruda, sulla realtà terribile della Prima Guerra mondiale, e diceva realmente quello che era accaduto: decine di migliaia di persone mandate a morire inutilmente.

Veniamo all’incontro che si è tenuto ieri: il titolo era “Attraversare il Decameron: un percorso fra le storie e le parole di Boccaccio”, a parlare è stata la Professoressa Giovanna Frosini, accademica dell’Accademia della Crusca, docente presso l’Università per Stranieri di Siena e Presidente della Fondazione Ente Nazionale Giovanni Boccaccio.
Alla fine dell’esposizione, puntualmente rientrata nei venti minuti canonici, la Professoressa ha risposto ad alcune domande poste dai presenti ed è stata lungamente applaudita. Noi le abbiamo rivolto alcune domande al fine di focalizzare, se possibile, alcuni punti dell’esposizione:
Fra gli aspetti importanti del Decameron c’è anche il fatto che Boccaccio l’abbia scritto dedicandolo alle donne, è vero?
Sì, è verissimo: lo dice Boccaccio esplicitamente proprio nella parte iniziale e sottolinea come uno degli scopi del suo libro sia quello di venire in soccorso delle donne che hanno una vita molto diversa rispetto a quella degli uomini. Sia in quel tempo che in quelli successivi e forse un po’ anche ora. Perché, mentre gli uomini hanno molte attività e molti anche passatempi che li possono occupare e portare fuori di casa, la vita delle donne è molto più contenuta e costretta nelle loro stanze e nelle loro case. Questo è un dato storico, assolutamente certo, e quindi il libro può servire, con le novelle, con le storie che racconta, ad alleviare la solitudine e la malinconia delle donne. Al tempo stesso, però, Boccaccio è anche molto attento che il suo libro venga letto correttamente. A questo proposito, per esempio, scrive in una lettera a un suo amico corrispondente che deve stare molto attento a lasciare questo libro in mano alle donne della sua casa senza accompagnarlo con le dovute spiegazioni. Perché appunto il libro ha un valore, un valore vero, un valore di insegnamento morale di ricostituzione della società che si comprende solo nella lettura integrale. Soprattutto di quelle parti, all’inizio, lungo il testo e poi alla fine, dove l’autore parla, anche in prima persona, e racconta la vita di questa brigata, un gruppo di sette ragazze e tre ragazzi. Questi, nelle due settimane che passano fuori Firenze in un luogo comunque vicinissimo alla città, per sfuggire alla pestilenza, conducono una vita all’insegna dell’onestà. Parola centrale di una vita assolutamente morigerata e che può rappresentare il modello di una nuova ricostituzione della società basata su fondamenta e regole di vita morale.

Nel Decameron un altro aspetto curioso è l’attenzione rivolta verso il cibo.
Boccaccio riversa molta cura verso la realtà delle cose terrene, ovvero tutti gli aspetti della vita materiale quotidiana, ed è certamente più forte di quella di Dante, perché la Commedia è un poema che ha uno scopo teologico, morale e religioso. Il Decameron, dato che si tratta di una prosa, di novelle, è più attento agli aspetti realistici della vita quotidiana e, tra le molte cose, al tema del cibo. E’ possibile vedere quanto grande sia la sua capacità nel descrivere gli aspetti degli alimenti, degli ingredienti, la famosa montagna di formaggio parmigiano grattugiato che si trova nella contrada di Bengodi. Gli aspetti del vino, per esempio la vernaccia, che era il più pregiato dei vini bianchi che si producevano in Toscana nel Trecento, ma che al tempo stesso era una citazione di Dante del 24º del Purgatorio. Anche questo è proprio tipico di Boccaccio, cioè tenere insieme il realismo della vita quotidiana e l’aspetto letterario: tutto viene riorganizzato e fuso insieme.
Il lettore di Boccaccio che aveva letto Dante sapeva riconoscere questa citazione; chi non aveva letto Dante (ma erano pochi a Firenze) si accontentava di questa descrizione del fiume di Vernaccia. Poi c’è una descrizione molto attenta degli ambienti in cui si preparavano e si consumavano gli alimenti, quindi le cucine, che solitamente erano nella parte alta degli edifici per limitare il rischio di incendi, e gli ambienti in cui si consumavano i pasti, per esempio le sale da pranzo.
La tavola non era un arredo fisso, ma un arredo mobile: veniva disposta su cavalletti di legno per poi toglierla dopo il pranzo. Da evidenziare l’attenzione che Boccaccio riserva al cibo differenziato secondo le classi sociali, come nella novella di Chichibio o in quella di Federigo degli Alberighi: la distinzione fra la selvaggina, quella che vola alta come la gru, adatta quindi alle classi sociali più alte, distinguendola da quella più domestica, da cortile, adatta alle classi sociali inferiori. C’è quindi anche un’attenzione precisissima di Boccaccio al cibo come realtà sociologica.
Il simbolo di tutto questo è sempre nella novella di Calandrino, la celebre contrada di Bengodi, dove c’è abbondanza di cibo perché questo rappresenta il desiderio dell’uomo del Medioevo, sempre attanagliato dalla fame. Non soltanto quelli che noi oggi penseremmo i più poveri, ma anche l’uomo normale su cui grava sempre il rischio della fame o comunque della scarsa alimentazione, sia per la quantità che per la qualità. Le classi normali mangiano vegetali, legumi e, in pochissime occasioni durante l’anno, la carne. Il sogno dell’uomo del Medioevo non può che essere la contrada di Bengodi, dove c’è straordinaria abbondanza e qualità di cibo.










