PISTOIA – Figure umane, elementi primordiali, sfumature di colore, spirali, vortici e il serpente uroboro che divora se stesso.
Dallo scorso 11 ottobre e fino alla fine del mese la saletta del bacaro della libreria “Lo Spazio” di Pistoia (via Curtatone e Montanara 20) ospita la mostra “Divoracoda” di Daniela Antonelli, prima personale dell’artista italo-brasiliana nella nostra città.
Nata a Rio de Janeiro da madre brasiliana e padre italiano emigrato in Brasile negli anni Settanta, da sette anni vive a Camaiore dove si dedica all’attività artistica e conduce attività laboratoriali, proseguendo una ricerca che si articola in un dialogo costante tra manualità, memoria e territorio. Formatasi come designer grafica, ha partecipato a residenze artistiche internazionali e ad esposizioni personali e collettive tra Italia, Brasile e Stati Uniti, dedicandosi anche alla promozione di percorsi artistici e pratiche sperimentali all’interno del percorso educativo e scolastico, presso le scuole primarie e secondarie di primo grado.

Con “Divoracoda” l’artista richiama già nel titolo la figura dell’uroboro (la cui traduzione letterale dal greco antico è proprio “colui che mangia la propria coda”), potente e ancestrale simbolo iconografico che raffigura un serpente o un drago mentre si morde o inghiotte la propria coda, formando un cerchio perfetto. Un archetipo attestato presso numerose civiltà e culture del mondo antico che nel corso dei secoli ha assunto molteplici sfumature di significato, incentrate principalmente sui concetti di ciclicità del tempo e dell’esistenza umana, rigenerazione continua attraverso la morte e la successiva rinascita, unità dell’universo e unione degli opposti.
“L’idea alla base della mostra è quella di materializzare visivamente il concetto di uroboro – spiega Daniela – il quale può essere rappresentato in modi differenti e tramite immagini diverse: dall’uovo all’oceano, dalla maternità alla classica rappresentazione del serpente che mangia la propria coda, tutti elementi legati dal medesimo richiamo all’infinito e a un ciclo ininterrotto.
E ho scelto proprio l’uroboro perché è un concetto che penso rappresenti molto bene la ricerca artistica, che per me è un continuo, è qualcosa che ha un inizio ma non ha una fine. L’artista sviluppa il proprio vocabolario, poi questo vocabolario diventa un linguaggio che si alimenta continuamente di se stesso, formando delle frasi che sono delle composizioni, delle opere d’arte: e allora il serpente che mangia la propria coda diventa in un certo senso il simbolo stesso dell’artista, e di un’arte che si ricrea e si rigenera di continuo”.

L’esposizione all’interno della saletta si compone di una serie di 45 lavori in piccolo formato disposti dall’artista a costituire una sorta di “murale” o di “griglia” in cui ogni singola opera nasce ed è realizzata in maniera totalmente autonoma, ma in cui è possibile riconoscere alcune interessanti “simmetrie” nella collocazione dei vari lavori, tanto da far acquisire all’intera parete una lettura unitaria. A ciò si aggiungono altre quattro opere di formato più grande, caratterizzati dal tema del serpente la cui coda lunga e sinuosa si muove tra reticolati di segni, vortici e spirali.
“Quando ho cominciato a muovere i primi passi nel mondo dell’arte non ero in grado di disegnare le figure, non ho una tecnica accademica, ed ero anche interessata ad altro – prosegue Daniela – così ho iniziato a sviluppare una ricerca astratta con i colori primari e per circa sei anni mi sono dedicata alla pittura astratta con punti e tracce privilegiando i tre colori rosso, blu e giallo, anche per capire quale fosse la mia capacità di sviluppare un vocabolario pittorico. In seguito sono ritornata al figurativo, ma poiché non possedevo questa tecnica ho trovato il mio stile: nelle mie opere disegno spesso archetipi dal valore e dal significato universale come la casa, la figura umana, il sole, le nuvole, tutto in maniera molto semplice e primitiva, come se fossero i disegni di un bambino.

I serpenti che mordono la propria coda sono il risultato di questo percorso di ricerca sugli archetipi, sull’astrazione, sull’infinito e sui colori, con questi animali che sembrano prendere vita in disegni all’apparenza semplici dal punto di vista del contenuto, ma estremamente laboriosi e complessi nella loro realizzazione. Ciò è dovuto soprattutto agli studi e alle ricerche compiute sul colore: prima di realizzare il disegno preparo sulla carta uno sfondo di macchie sfumate di colore, realizzato con acquerelli e pigmenti di inchiostro diluito in acqua, poi traccio il disegno a penna, infine passo una seconda mano di colore.
Un altro aspetto che definisce il mio stile pittorico è la sua immediatezza: quando disegno tutto è molto rapido e intuitivo, non seguo quasi mai un’idea prestabilita ma l’ispirazione viene sempre in corso d’opera”.

Osservare da vicino i disegni di Daniela significa compiere un doppio viaggio nel tempo e nello spazio, perdendosi in un’atmosfera in cui evocazioni e suggestioni si inseguono e si intrecciano, e dove l’occhio rimane attratto e affascinato dai minuscoli tratti di penna, dagli infinitesimali dettagli che l’artista pare nascondere tra le spirali e le sfumature di colore.
È un percorso a ritroso, alla riscoperta di quegli elementi-archetipi che caratterizzano i disegni dei bambini e si collegano all’idea della spontaneità dell’arte, ma anche un richiamo a quella pittura “primitivista” che riduce le figure alla propria essenzialità e le riporta alla propria natura primigenia.
È un percorso spaziale, tra vortici, spirali e onde, dove linee continue di penna e contrasti cromatici creano sorprendenti effetti visivi, facendo riflettere l’osservatore sulla realtà “senza fine” del mondo e dell’arte stessa.









