PRATO – Il potere che si maschera e si traveste alla ricerca di facili consensi, l’onnipotenza di una politica e una scienza senza più limiti, la corruzione che la sete di dominio causa in tutti gli uomini.
Al Teatro Fabbricone va in scena “Baraonda” con Evelina Rosselli e Caterina Rossi, per uno spettacolo prodotto dal Teatro Metastasio di Prato e realizzato con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato. La regia e la drammaturgia sono a cura del Gruppo Uror, mentre Francesca Garolla ha curato la traduzione e l’adattamento dalla piece teatrale “Ubu cocu” del drammaturgo Francese Alfred Jarry, alla quale lo spettacolo è liberamente ispirato.
Le due attrici entrano in scena vestite con abiti maschili e indossando le maschere (realizzate da Crea Fx Effetti Speciali) di due anziani uomini: il presidente Ubu, emblematica figura di demagogo dalle molte e condivisibili promesse ma dal carattere autoritario e violento una volta salito al potere, e lo scienziato Achras, ex tecnico di laboratorio che da molti anni sta conducendo delle misteriose quanto pericolose e inquietanti ricerche e test su cavie per non si sa bene quale “rigenerazione futura” dell’umanità.
Come si intuisce facilmente fin dall’inizio, sono entrambi due personaggi simbolici che anche nelle fattezze molto simili dei loro volti rappresentano due facce dello stesso modo di intendere il potere: da un lato quello politico fatto di demagogia, menzogne e inganni, di chi vuole avere il controllo su tutto e tutti e utilizzare la scienza per consolidare e accrescere la propria autorità incontrastata, e dall’altro quello di una scienza che non è posta al servizio dell’umanità, ricercando il bene comune e il progresso per tutti, ma al contrario appare come qualcosa di terribile, segreto e inaccessibile, uno strumento nelle mani dello scienziato per ottenere prima la fama e poi il potere di orientare cambiare il mondo a proprio piacimento.

Lo spettacolo inizia con l’ingresso sul palcoscenico di Ubu che saluta il pubblico, stringe calorosamente le mani agli spettatori della prima fila, chiude i pugni esultando, abbozza un goffo balletto, imitando nella postura e nelle movenze i leader politici e i presidenti che si nutrono continuamente di un rapporto diretto con il loro “popolo”, dal quale essi traggono legittimazione e consenso.
Il discorso elettorale di Ubu appare a prima vista condivisibile e convincente: si parla di diritti, valori, comunità, speranza, sogni, di una buona politica al servizio dei cittadini, di una perfetta condivisione di ideali, in un linguaggio altisonante e teatrale che strappa applausi e porta al leader facili approvazioni. Ma alle belle parole, alle promesse e alle intenzioni dichiarate non seguono i fatti: una volta eletto presidente, Ubu si comporta esattamente all’opposto, instaurando quello che possiamo immaginare sia un regime fortemente autoritario, in cui a dominare è il culto della personalità del capo e in cui la sua volontà diventa automaticamente legge.
La scena si sposta poi all’interno della casa laboratorio di Achras, dove apprendiamo dei pericolosi esperimenti che lo scienziato sta conducendo con le sue cavie, e dei quali lui stesso resta sbalordito, magnificando con meraviglia e con terrore gli straordinari progressi delle sue ricerche. Ma qui si consuma lo scontro con il presidente, che vuole anch’egli accedere al terribile segreto e per il povero Achras inizia in una serie di umiliazioni e vessazioni finché non darà a Ubu ciò che desidera.
L’azione si fa estremamente dinamica, dialoghi registrati replicano in sottofondo le parole dei due protagonisti mentre entrambi sono impegnati nella loro colluttazione e si muovono confusamente nel piccolo spazio della stanza delimitata da pareti di vetro, quasi fossero loro stessi due cavie in gabbia: e il richiamo non è casuale, non è forse l’avidità di potere che ci rende tutti cavie da laboratorio e per la quale diventiamo schiavi?

In questo grande caos, in questa baraonda causata dal potere con le sue menzogne e le sue illusioni, anche i ruoli di carnefice e vittima tendono a confondersi e a sovrapporsi. Se in un primo momento è il presidente ad avere la meglio, riuscendo a stordire Achras e a impadronirsi del suo esperimento, in seguito lo scienziato attua la sua vendetta e fa impazzire Ubu rimasto chiuso a chiave dentro il suo laboratorio.
Non c’è un buono e un cattivo, le due figure sono per certi aspetti intercambiabili e interconnesse: il destino dell’una dipende dall’altra e viceversa, e nel grottesco finale, in cui il discorso dello scienziato che celebra i propri trionfi e annuncia l’inizio di una nuova epoca per l’umanità viene interrotto dalla riscossa del presidente, i due uomini danno vita a un duello a pistolettate in puro stile far west finché entrambi non cadono esanimi a terra. È la degna e inevitabile conclusione per chi ha creduto, attraverso le maschere e l’inganno, di poter valicare ogni limite e di ignorare le leggi e la coscienza.
Evelina Rosselli e Caterina Rossi danno vita a uno spettacolo efficace e dinamico, di un’ora intensa e senza soste, che mette sul piatto interessanti spunti di riflessione e di fortissima attualità, che forse si potevano ulteriormente sviluppare dal punto di vista drammaturgico, ma che arrivano diretti allo spettatore attraverso ottime scelte a livello scenografico e sonoro e una grande prova a livello recitativo.










