PISTOIA – La complessità di una storia da raccontare per intero, senza omissioni e censure, e la responsabilità della politica chiamata oggi a fronteggiare il pericoloso riemergere di vecchi e nuovi nazionalismi.
Per il ciclo di incontri “Esodo dalle passioni tristi” promosso e organizzato dalle associazioni Le parole di Hurbinek APS e CircoLoSpazio ODV, presso la Sala Soci Coop di Pistoia si è svolto il terzo appuntamento della rassegna che ha visto come ospite il politico, scrittore e pubblicista Gianni Cuperlo, attualmente deputato della Repubblica italiana nel gruppo parlamentare del Partito Democratico.
Classe 1961, triestino, Cuperlo ha iniziato giovanissimo la militanza politica, diventando segretario nazionale della Fgci e poi della Sinistra Giovanile. Nel corso della sua lunga carriera politica ha ricoperto ruoli dirigenziali nel Pds, nei Democratici di Sinistra e infine nel Partito Democratico, candidandosi per due volte alla segreteria del partito. Eletto deputato per quattro legislature, ha affiancato alla politica una vivace attività di saggista e di docente universitario a contratto in comunicazione politica. Tra le sue pubblicazioni, si segnalano saggi di analisi politica sulle sfide delle riforme, l’identità della sinistra nel nuovo millennio e il cammino a ostacoli dell’integrazione europea.

In una sala gremita di pubblico e in dialogo con lo storico Massimo Bucciantini, ideatore e curatore del progetto culturale Le parole di Hurbinek, Gianni Cuperlo ha preso le mosse dalla pubblicazione del suo breve saggio La frontiera ferita: guerre, fascismo, foibe, esodo, edito nei mesi scorsi da Marietti.
“Ho sentito l’esigenza di scrivere questo libriccino, diverso dai saggi pubblicati in precedenza, che ripercorre la complessa e dolorosa storia del confine orientale – ha esordito Cuperlo – non solo per le mie origini triestine, ma anche come risposta a un certo clima politico che tende troppo spesso a semplificare, banalizzare ed etichettare: ci sono pagine di storia che non è possibile deformare o cancellare, si tratterebbe di un’operazione criminale che calpesta il dolore, le sofferenze delle popolazioni e la complessità degli avvenimenti accaduti”.
Cuperlo è partito dalla distinzione tra i due concerti di confine e frontiera, ricordando la propria infanzia: “il confine è la sbarra che separa due bandiere, due inni nazionali, due lingue; ricordo quando con l’auto di mio padre attraversavamo spesso il confine jugoslavo per andare a fare benzina, una pratica all’epoca comune a tanti triestini, a causa del cambio favorevole. La frontiera è invece qualcosa di molto più labile, che non può essere recintato per mezzo di una barriera o un muro, è una terra in cui da sempre convivono o si scontrano etnie diverse come nella regione giuliana”.
Il cuore del libro è la riflessione sull’esodo dei profughi istriani e dalmati che a partire dal 10 febbraio 1947, data della firma del Trattato di Parigi che definisce la ripartizione del territorio triestino e istriano, hanno abbandonato le loro terre, le loro famiglie, le loro storie, in una emigrazione di oltre 300mila italiani nell’arco di circa cinque anni.

Ma per capire questo fenomeno, avverte Cuperlo, bisogna risalire agli anni precedenti, scavare indietro nel passato e rileggere altri capitoli della storia: il discorso di Alcide De Gasperi alla conferenza di pace di Parigi del 1946, l’occupazione di Trieste da parte delle truppe jugoslave nel 1945 nell’ottica di una successiva rivendicazione della città come appartenente alla repubblica socialista di Jugoslavia, e ancora più indietro la tragedia delle foibe del 1943 da parte dei partigiani titini, l’invasione nazifascista della Jugoslavia nel 1941, l’ingresso in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista nel 1940.
E andando più a ritroso bisogna ricordare che nel 1938 si tiene proprio a Trieste il discorso di Mussolini che rende ufficiali le leggi razziali, in una città da sempre multietnica e multiculturale, situata al crocevia delle culture italiana, slava, tedesca ed ebraica; e prima ancora, nel 1928, troviamo l’approvazione delle leggi fasciste contro le minoranze linguistiche che aprono la strada all’italianizzazione forzata della comunità slava a partire dai cognomi, mentre nel 1920 le squadre fasciste danno fuoco alla casa della cultura slovena di Trieste, simbolo della convivenza tra culture diverse. Ne emerge una memoria stratificata, una storia che non si può semplificare e non si può piegare alle ideologie o alle esigenze di comodo, né da un lato né dall’altro.
“Sono profondamente convinto che la ricorrenza civile del 10 febbraio, giorno del ricordo – aggiunge Cuperlo – sia una data importante nella nostra storia, una pagina che merita di essere ricordata e soprattutto conosciuta nella sua interezza, c’è un filo diretto che lega storie apparentemente diverse che devono essere tutte raccontate, senza sbianchettamenti. Se poi sei parte della classe politica e dirigente, hai l’obbligo civile e morale di parlare con onestà intellettuale, di non dire solo quello che conviene alla tua parte politica, di non cancellare volutamente le pagine meno gradite. E quando a fare questa operazione di alterazione della memoria, come purtroppo è successo, è la seconda carica dello Stato, significa che non si rispettano né la storia, né le istituzioni”.

Bucciantini ha poi sollecitato Cuperlo sui temi del nazionalismo e dell’assimilazione forzata, che per lunghi tratti del Novecento hanno caratterizzato il confine orientale: un passaggio particolare ha riguardato l’episodio dell’eccidio di Porzus, dove i partigiani cattolici e azionisti della brigata Osoppo furono trucidati dai comunisti che erano favorevoli all’adesione di Trieste alla repubblica socialista jugoslava.
“È una delle pagine più buie di questa storia, che testimonia ancora una volta come la guerra produca divisioni di ogni tipo, in una sedimentazione di odio che un trattato di pace non basta a placare o cancellare. Promuovere la pace è un segno di responsabilità politica, spetta a una politica capace di guardare oltre il breve periodo o il risultato elettorale portare avanti un’azione che garantisca una pacifica convivenza tra popoli e Stati, come sono stati in grado di fare gli statisti del secondo dopoguerra che sono stati i padri fondatori e ispiratori della Comunità europea.
Oggi assistiamo a una pericolosa riemersione di movimenti e partiti dichiaratamente nazionalisti che fanno leva sulla paura dell’altro e del diverso e che vorrebbero riportare in auge l’idea nefasta dell’omogeneità etnica; in questo delicato passaggio storico serve coraggio politico, le forze progressiste e democratiche devono sconfiggere queste pulsioni autoritarie, populiste e razziste, il compito è faticoso e difficile ma siamo di fronte a sfide cruciali per il nostro futuro”.









