di Rosalba Bonacchi*
PISTOIA – Le ragazze e i ragazzi che in questi giorni hanno attraversato pacificamente le strade e le piazze di Pistoia non chiedono soltanto scuole più sicure, edifici dignitosi, risorse per la didattica e attenzione al disagio giovanile. Chiedono qualcosa di più profondo: il diritto a un futuro che non sia compromesso dalle scelte del presente.

Tra i cartelli della manifestazione, uno recitava: «Ci vogliono ignoranti perché la cultura rende liberi». Una frase provocatoria, che esprime una preoccupazione tutt’altro che superficiale: quella di una scuola progressivamente impoverita, nella quale rischia di indebolirsi proprio la funzione più importante dell’istruzione pubblica, la formazione di persone libere, capaci di comprendere la realtà, di sviluppare un pensiero autonomo e di esercitare consapevolmente i propri diritti.
La scuola, del resto, non è un servizio qualsiasi. È uno dei luoghi fondamentali nei quali la Repubblica è chiamata a realizzare l’uguaglianza sostanziale prevista dall’articolo 3 della Costituzione, rimuovendo gli ostacoli economici e sociali che limitano le possibilità di ciascuno. Quando vengono meno le condizioni per garantire a tutti un’istruzione di qualità, non si compromettono soltanto le opportunità individuali: si indeboliscono le basi stesse della democrazia.
Gli studenti denunciano una contraddizione che attraversa le scelte politiche del nostro Paese. Mentre aumentano gli impegni di spesa per il riarmo, la scuola pubblica continua a soffrire di carenze strutturali, risorse insufficienti, disuguaglianze che condizionano pesantemente i percorsi formativi. Edifici deteriorati, servizi inadeguati, difficoltà economiche delle famiglie e disagio psicologico non possono essere considerati problemi secondari, da affrontare soltanto quando le disponibilità di bilancio lo consentiranno.
Non si tratta di contrapporre semplicisticamente la scuola alla difesa nazionale, ma di interrogarsi sulle priorità della politica e sul significato stesso della sicurezza. Una società non è più sicura soltanto perché dispone di maggiori armamenti. Lo è anche quando garantisce istruzione, salute, lavoro dignitoso, coesione sociale e opportunità alle nuove generazioni. E l’articolo 11 della Costituzione, con il ripudio della guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali, continua a indicare un principio fondamentale al quale devono ispirarsi le scelte della Repubblica.
La protesta assume un significato particolare a Pistoia, dove pochi giorni fa si è svolta la festa nazionale della Brigata paracadutisti Folgore, con una celebrazione militare alla quale erano state invitate le scuole secondarie della città. Non è in discussione il ruolo costituzionale delle Forze armate, né il rispetto dovuto a chi ne fa parte. La questione riguarda il messaggio educativo che viene trasmesso ai giovani attraverso il coinvolgimento delle istituzioni scolastiche in una manifestazione celebrativa di carattere militare.
La scuola della Repubblica, nata dalla Costituzione antifascista, deve essere innanzitutto luogo di conoscenza, di confronto critico, di educazione alla pace e alla convivenza democratica. Non può diventare uno strumento di diffusione acritica della cultura militare, soprattutto in un tempo nel quale la moltiplicazione dei conflitti e la corsa agli armamenti rischiano di far apparire la guerra come un orizzonte inevitabile.
A questa preoccupazione se ne aggiunge un’altra, che emerge con forza dalle rivendicazioni degli studenti: l’affermarsi di una concezione dell’educazione nella quale disciplina, controllo e sanzione sembrano acquistare crescente importanza rispetto all’ascolto, al dialogo e alla partecipazione.
Naturalmente la scuola ha bisogno di regole, responsabilità e impegno. Ma educare non significa reprimere, e l’autorevolezza non si costruisce attraverso la paura della punizione. Una scuola che voglia formare cittadini liberi deve insegnare anche a discutere, a confrontarsi, a dissentire. Non può chiedere ai giovani di diventare cittadini consapevoli e considerare poi la loro partecipazione critica un comportamento da scoraggiare.
Le manifestazioni pistoiesi hanno mostrato, al contrario, ragazze e ragazzi capaci di organizzarsi, di esprimere pubblicamente le proprie idee e di esercitare pacificamente i diritti costituzionali. Nessuna contrapposizione con le forze dell’ordine, il cui comportamento durante le manifestazioni non offre motivo di contestazione. Il problema non è l’ordine pubblico, ma la disponibilità della politica e delle istituzioni ad ascoltare le domande che provengono dalle nuove generazioni e a dare risposte concrete.
Sarebbe un errore liquidare questa mobilitazione come una parentesi di agitazione studentesca. Dietro la protesta c’è una domanda che riguarda tutti noi adulti: con quale credibilità possiamo invitare i giovani a studiare, a impegnarsi, a credere nella democrazia e nel proprio futuro, se non siamo disposti ad ascoltarli quando ci mostrano le contraddizioni del presente?
Una Repubblica che chiede ai giovani di avere fiducia nel futuro deve dimostrare, con le proprie scelte, di avere fiducia in loro.
*Presidente ANPI Comitato Provinciale di Pistoia










