LIVORNO – Una collezione di opere alla scoperta della grande stagione della pittura livornese, culminata con l’esperienza dei Macchiaioli e l’arte di un maestro come Giovanni Fattori.
Non lontano dalla Terrazza Mascagni e dai viali che dal centro città conducono al quartiere dell’Ardenza sorge il Museo Civico Giovanni Fattori, ospitato nell’ottocentesca Villa Mimbelli, elegante costruzione con annesso parco realizzata dall’architetto Vincenzo Micheli. Un prezioso “scrigno”, abbellito dagli arredi d’epoca e dalle decorazioni delle ricche sale, che dal 1994 custodisce alcuni capolavori di Fattori e una interessante collezione di dipinti dei Macchiaioli livornesi, emblematica per comprendere il clima di grande vivacità artistica e culturale che investe la città labronica negli anni a cavallo tra Otto e Novecento.
Arrivati al primo piano salendo il bello scalone, la visita inizia dalla sala dedicata a Guglielmo Micheli, allievo di Fattori, ricordato per la sua pennellata scattante e veloce unita all’intensità espressiva dei suoi soggetti.
Tra questi troviamo ritratti, paesaggi marini, vedute del porto di Livorno, animali, in cui la raffigurazione parte sempre dall’analisi del vero e dall’attento studio degli effetti della luce, ma comunicando il sentimento profondo delle cose. Molto intensa e realistica la sua opera “Porto di Livorno” (1895) in cui i velieri e i bastimenti all’ancora nelle acque del porto toscano sono dipinti con pennellate vivaci e con uno stile fortemente impressionista.

La sala a fianco è dedicata a Ulvi Liegi, anagramma di Luigi Levi, pittore livornese di origine ebraica, tra i principali animatori della vita artistica e culturale cittadina attorno al celebre Caffè Bardi, negli anni Dieci del Novecento principale luogo di ritrovo di artisti e intellettuali. La sua pittura si caratterizza per l’uso di colori più freddi e opachi, con accostamenti cromatici talvolta stridenti e una grande attenzione alla luce, come nella sua opera forse più significativa, “Il mercato centrale”, datata 1924.
Un breve corridoio è occupato dalla sala dei “post-Macchiaioli” con nature morte di Puccini e Ghiglia, opere di inizio Novecento che si richiamano al modello dei grandi maestri di questa corrente ma già tentano di superare la loro lezione, strizzando l’occhio alle nascenti Avanguardie.
Si passa poi alla sala della cosiddetta “Scuola Micheli”, una vera e propria “fucina di talenti” nata dall’iniziativa e dell’insegnamento del già citato Guglielmo Micheli, animatore della più prolifica scuola di pittura sorta a Livorno a cavallo tra Otto e Novecento. La scuola, alla quale per un breve periodo prese parte anche un giovanissimo Amedeo Modigliani, lungi dall’avere un approccio conservativo costituì un veicolo di sperimentazione, che favorì l’arrivo a Livorno di nuove avanguardie pittoriche come il puntinismo e il divisionismo, ben visibili nel dipinto “Fondale marino” di Gino Romiti (1915).

Si attraversano sale riccamente decorate con stucchi, affreschi e mobili d’epoca e abbellite da opere di Raffaello Gambogi, in prevalenza ritratti e paesaggi notturni.
Una scala ci conduce al secondo piano dell’edificio, che custodisce i “pezzi forti” della collezione: a partite dalla sala dedicata a Plinio Nomellini, altro allievo di Fattori ma capace di dare vita a una pittura originale che alle “macchie” unisce richiami al simbolismo e al divisionismo, insieme a un rinnovato interesse per le classi umili del mondo contadino e operaio.
Un “ritorno” al realismo quasi “fotografico” tipico del primo impressionismo si ha con i nitidi e dettagliati paesaggi urbani di Eugenio Cecconi e con la ritrattistica di Vittorio Corcos e Michele Gordigiani, per poi passare ai grandi quadri con paesaggi agresti di Adolfo Tommasi ed Enrico Banti, nelle cui opere emerge il duro lavoro dell’uomo nei campi e l’eterna lotta con la natura per trarre alimentazione e sostentamento dalla terra.
Finalmente si arriva al maestro indiscusso della grande stagione della pittura livornese tra Otto e Novecento, nonché uno dei principali esponenti della corrente artistica dei Macchiaioli. Giovanni Fattori vanta in questo museo alcuni capolavori che ben riassumono i caratteri della sua arte, a cominciare dalle opere di piccolo formato ma di grande cura stilistica come “La signora Martelli a Castiglioncello” (1867) o “La torre rossa” (1875).

Concludono la visita i dipinti di grande formato di Fattori, a tema naturalistico come “Mandrie maremmane” (1893) ma soprattutto a tema storico e civile, ripercorrendo alcune tra le tappe più significative del Risorgimento italiano e delle guerre d’indipendenza, come nelle opere “Carica di cavalleria a Montebello” (1862) e “Assalto a Madonna della Scoperta” (1868).
Compiere un viaggio tra gli artisti e i dipinti che hanno segnato una fervida stagione: questo significa visitare il Museo Fattori, che con le sue collezioni si va a integrare, in un perfetto trait d’union, con l’altro polo culturale e museale di Livorno, il Museo della Città di recente riorganizzato e rinnovato nell’antico quartiere della Venezia.










