PISTOIA – I raggi di mezzogiorno riscaldano le pietre di Piazza Duomo. In quest’atmosfera estiva, all’ombra dei tendoni, Adriano Favole interroga Maurizio Ferraris sui limiti dell’umano in rapporto alla tecnologia: darseli o riconoscerli?
Il dialogo fra i due è coinvolgente, il pubblico spesso è divertito dall’ironia dei relatori, e i temi trattati sono davvero molti.
Partiamo dal principio: davvero la tecnologia disumanizza l’uomo? Forse no, anzi, è l’uomo ad “umanizzarla”, nel senso che questa può essere considerata come un potenziamento di alcune capacità tipiche dell’essere umano. Il web, strumento che necessita di registrare, tiene traccia di ogni cosa. Tenere traccia: una caratteristica tipicamente umana, estremamente potenziata grazie alla tecnologia. Tracce di dati, di passato, di conoscenza: un archivio sterminato a cui accedere liberamente.
Questa visione tutto sommato positiva di una tecnica in grado di migliorare e far progredire la specie umana però presenta anche alcune controindicazioni di cui non si può non tener di conto.
La prima è la disuguaglianza. Ferraris fa a proposito un esempio: la Cina di Xi Jinping, che ha abbassato di molto il numero milioni di persone sotto la soglia della povertà: da 112 milioni che erano prima del suo arrivo (2012), a 15 milioni. Un qualcosa di possibile – prosegue Ferraris – grazie alla nazionalizzazione delle piattaforme, strumento di potere, generando un welfare nazionale. Le criticità di questo processo che si muove in senso illiberale sono evidenti, ma comunque si può intravedere una direzione percorribile nella creazione di un welfare digitale. Ogni individuo sul web produce valore, e questo è perfino calcolabile. Questa quantità è grande, così tanto che la maggior parte dei servizi online di cui disponiamo è gratuita; il servizio fra web e interlocutore è dunque impari, anche se quando cerchiamo su Google qualcosa così non sembra.
Ferraris dunque accenna a una soluzione, anche se forse in modo superficiale: tassazione delle piattaforme per una redistribuzione delle ricchezze da investire sull’educazione, in quanto l’uomo – come affermava Kant – è l’unico animale che può essere educato. Un essere umano, se istruito, diviene più umano. Agire verso un welfare dunque, ma come?

Da quanto emerso dal palco di Piazza Duomo, la soluzione è assimilabile a quella adottata dai re coi loro feudatari nella creazione dello Stato-nazione: resi funzionari perché lo Stato ha il monopolio legittimo della forza. Con il beneficio della semplificazione, la risposta appare comunque poco convincente, non tenendo di conto della reale dimensione sovrastatale di aziende come Google e Facebook, della loro estrema ricchezza, della loro potenza e influenza nella nostra società, e sebbene sia molto chiaro l’accostamento piattaforma-feudatario, quello con il re è più oscuro: l’Italia? L’Europa? Un’alleanza sovranazionale? E soprattutto non risponde a una domanda: saremmo disposti a rinunciare allo status quo nel quale ci troviamo, in cui tutti i servizi sono veloci, semplici, unificati e soprattutto gratuiti?
Nel rapporto uomo-tecnologia è compresa un’altra problematica, stavolta legata alla quantità di energia richiesta perché questa funzioni. Vediamo il mondo da una prospettiva antropocentrica, ritenendo che il mondo possa finire senza di noi, ma non è così. Per tutelare l’umanità però va ripensato il nostro sistema energetico, perché l’elettricità è fondamentale per garantire l’esistenza società così come la conosciamo.
Lo scambio di idee fra Favole e Ferraris rimane però su un livello superficiale, forse anche per la natura del tema, anche se propone un suggerimento interessante: il negare l’esistenza del problema è meno dannoso dell’avere verso di esso un’attitudine catastrofica. Il “negazionismo” si auto-smentisce, il “catastrofismo” produce atteggiamenti estremamente controproducenti dettati dall’affermazione “Se tanto tutto deve finire…”. Perché uomo e tecnologia dunque? Perché la soluzione sta nell’indirizzarci verso l’uso di una tecnologia più avanzata.
Si prosegue con un’incursione più sostanziosa su un’altra problematicità di questo controverso rapporto con la macchina: la privacy. Un problema che sembra essere ridimensionato da Ferraris: le macchine sono solo interessate al tipo di utilizzo che facciamo del mezzo, agli acquisti che effettuiamo, ai luoghi – virtuali e reali – che visitiamo.
La decostruzione della problematica però forse potrebbe essere portata avanti in modo più complesso, anche se superficialmente: la quantità informazioni che il web può assorbire dall’uso che ne facciamo è sorprendente, e lo scandalo di Cambridge Analytica è un esempio della conseguenze che questo può avere, anche in termini di politica globale.
Ciò che in definitiva emerge chiaramente da questo dialogo è che l’uomo è anche – e soprattutto, in relazione alla macchina – cultura. Parafrasando le parole di Ferraris, se è vero che una macchina è in grado di riprodurre ex novo un quadro di Rembrandt, non è vero che la macchina è anche invogliata ad andare a vedere un suo dipinto.
Con una sottile ironia quindi il docente torinese di filosofia tocca un punto nevralgico: ricorda che in questo delicato rapporto di forza è l’uomo ad essere in posizione privilegiata rispetto al suo prodotto tecnico. Un uso consapevole della ricchezza tecnologica che possediamo è possibile, doveroso, incredibilmente utile per progredire, ma anche per conservare la diversità, la conoscenza. In poche parole, per conservare il nostro valore umano.










