di Francesco Belliti
PISTOIA – Una serata sulle donne alla scoperta del mondo, quella svoltasi nella serata di sabato in Piazza Duomo nella cornice dei Dialoghi sull’Uomo.
La voce è quella dell’attrice Sonia Bergamasco, arrivata a Pistoia per raccontare le storie di vere e proprie pioniere dell’antropologia e dell’etnologia contemporanea. Gli scritti sono proprio firmati da queste donne, prime del loro genere ad affrontare viaggi in angoli del globo allora ancora non abbastanza studiati e compresi, così come la cultura dei popoli che li hanno abitati o li abitano ancora.
Un viaggio, insomma, che tocca i continenti e i luoghi più lontani dalla nostra occidentalità. Esperienze e ricerche che hanno cambiato radicalmente il nostro sguardo su mondi così distanti dal nostro. A partire da quelle condotte tra il 1925 e gli anni ‘50 dall’americana Margaret Mead, allieva alla Columbia di Franz Boas, nelle isole Samoa, a stretto contatto con popolazioni primitive e con un occhio di riguardo verso l’infanzia e l’adolescenza vissute in quel determinato contesto.
Nel testo letto dalla Bergamasco, tratto da ‘L’inverno delle more’ della stessa Mead, emerge la volontà dell’autrice di dimostrare una tesi, o meglio di confutare il senso di superiorità occidentale rispetto alla non-evoluzione di quelle popolazioni.
Nello specifico, vengono raccontate le usanze di una comunità tribale che vive con enorme partecipazione lo sviluppo e la crescita dei suoi membri più giovani, indipendentemente dal sesso, con riti che vedono appunto la mascolinità e la femminilità incrociarsi e scambiarsi in un’universale manifestazione di gioia per la vita che sempre si rinnova.

Si passa poi ad altre due figure di donne in cammino, ossia alle francesi Denise Paulme e Deborah Lifchitz e al loro viaggio nel 1935 dal Sahara al Sudan. La seconda, di origine ebraica, verrà poi deportata ad Auschwitz dove morirà nel 1942. Le loro ‘Lettere da Sangà’, centro del Mali nella regione di Mopti, narrano l’esperienza delle due donne nel deserto, a stretto contatto con l’etnia dei Dogon.
Due cose colpiscono immediatamente di questo racconto. Innanzitutto l’avversione che le due donne nutrono per i coloni francesi: “Quando arrivano qui ci trovano al lavoro, in conversazione con gli indigeni, impegnate in tutta la giornata. È per questo che abbiamo la reputazione di ‘pazze’, cosa che ci diverte molto”.
Dall’altra parte, invece, il modo in cui sono viste dalle popolazioni del luogo: “per la gente di qui non c’è grande differenza tra noi e gli uomini bianchi. Facciamo le stesse domande, conduciamo la stessa vita, entriamo nelle caverne dei maschi, andiamo a cavallo. In cosa, ai loro occhi, siamo donne?”.
Come accaduto anche a Margaret Mead, le due antropologhe francesi sono rimaste conquistate dai luoghi che hanno visitato; dalla loro pace e dalla loro diversità. Scrive infine la Lifchitz, all’avvicinarsi del suo rientro in patria: “Non penso a Parigi senza un po’ di paura: come sopportare le vie strette, la mancanza d’aria, il freddo, soprattutto quella gente, quella folla sconosciuta che si ignora e che sgomita, quel flusso di parole inutili, dopo Sangà? Nonostante le zanzare, le notti calde, il cibo monotono (ah, della frutta!), la luce crudele che ferisce gli occhi, amo questo posto e gli appartengo. Qui, infine sono me stessa”.
L’ultimo racconto letto dalla Bergamasco porta invece la firma dell’esploratrice francese Alexandra David-Neél, un’altra pioniera capace di un’impresa senza precedenti. Indipendente, dai mille talenti e buddhista, la David-Neél fu la prima donna in grado di entrare, nel 1924, a Lhasa, la capitale del Tibet il cui ingresso era proibito agli stranieri. Nell’estratto da ‘Viaggio di una parigina a Lhasa’, ascoltiamo il suo difficilissimo viaggio verso “il paese vietato”: un cammino in incognito, travestita da donna del luogo, lungo un percorso che avrebbe spinto alla rinuncia anche il più esperto dei viaggiatori.
Infine l’arrivo, con un orgoglioso senso di vittoria nelle sue parole: “Per due mesi avrei circolato per la Roma tibetano, ne avrei percorso i templi, avrei passeggiato sulle terrazze più alte del Potala senza che nessuno avrebbe potuto sospettare che per la prima volta, da che Mondo esiste, una donna straniera ha contemplato la città proibita”.










