di Pietro Massaini
PISTOIA – Non capita tutti i giorni di trovarsi di fronte a una donna che è riuscita a scalare le 14 vette più alte di 8000 metri senza l’uso di ossigeno supplementare e senza portatori d’alta quota.
Nives Meroi è una di queste, e lo ha fatto accanto a suo marito Romano Benet. Si è avvicinata all’alpinismo per gioco, e con la curiosità è riuscita ad affrontare la paura.
Scalare un monte del genere significa fatica, sofferenza, condizioni di vita al limite, tanto che oltre gli ottomila metri le montagne sono dette “zone della morte”. Significa anche scegliere, continuamente, e ogni scelta può portare potenzialmente alla vetta, al campo base, ma anche alla morte.
Ma una volta in cima, dice la Meroi, ti senti parte di tutto quello che ti circonda, e questo è estremamente pacificante. Ti rendi conto di come tutto sia legato, e che il nostro compito è quello di scendere e tornare giù, avendo visto però quello che abbiamo visto lassù. La potenza di questa riflessione è forse intuibile per chi sia salito in cima a un monte, lontano dalla civilizzazione, e abbia guardato lontano.

Ma è difficile capire forse cosa significhi intravedere la curvatura terrestre, sapere di potersi trovare possibilmente in rotta di collisione con un aereo, ma avendo i piedi ancorati a terra, vedere di notte le stelle non soltanto sopra, ma anche sotto di sé.
È quindi comprensibile come in Nepal le montagne siano non solo la sede di divinità, ma le divinità stesse. Prima di scalare un monte in quest’area non a caso c’è una cerimonia da svolgere, con offerte da fare al dio per chiedere il permesso di calpestare i suoi fianchi, per ottenere la sua benedizione. Il prezzo da pagare per avvicinarsi al divino però è molto alto.
Racconta un aneddoto ad esempio, quando nel 2009 suo marito Romano è stato costretto a fermarsi. In quel momento, vicina al record di prima donna a conquistare tutte le 14 cime più alte, a 7500 m, Nives ha dovuto scegliere. Salire e lasciare che il marito la aspettasse, o scendere con lui. L’alpinista parla di “arte della fuga senza vergogna”.
Non c’è niente di male a riconoscere i propri limiti, a fare un passo indietro. In quel giorno del 2009, ha scelto di accompagnare il marito, di tornare indietro.
Dietro le esperienze di Nives c’è molto, moltissimo rispetto per l’ambiente, per la montagna, e per l’essere umano. Distante da una concezione di alpinismo consumistico, la coppia friulana preferisce non lasciar traccia del proprio passaggio, evitare di portare con sé tutto il necessario per sentirsi “a casa”.
L’avventura e la conoscenza del diverso richiedono talvolta anche una distanza, un’immersione nel nuovo mondo da esplorare. Rispetto per la natura e anche per l’essere umano, per la continua, incessante tutela della propria salute fisica e soprattutto mentale, della continua identificazione ed eliminazione del superfluo. In fondo per salire così in alto bisogna essere leggeri, imparare ad ascoltarsi, a conoscersi.
L’alpinista conclude in proposito con una riflessione sulla paura: coraggio e paura, forza e fragilità sono le parti reciprocamente necessarie a comporre la nostra identità. Il limite fra coraggio e paura è come quando sali in montagna: devi tenerti in equilibrio continuo, ondeggiare fra gli opposti, per essere in grado di capire quando è il momento di raggiungere l’obiettivo, e quando quello di scappare.
E il modo migliore per riuscire in questo è ascoltare il proprio corpo, che spesso è più capace di noi nel trovare la situazione più economica per risolvere le situazioni di difficoltà.










