di Francesco Belliti
PISTOIA – “Le parole sono importanti”, gridava Nanni Moretti nel suo film caposaldo ‘Palombella Rossa’.
Le pronunciamo tutti i giorni, ma spesso non ci rendiamo pienamente conto del loro significato, oltre che delle loro implicazioni sociali e politiche. Non ci soffermiamo su di esse per fare riflessioni meta-cognitive, come sottolineato ieri pomeriggio dalla sociolinguista Vera Gheno nel suo intervento al Teatro Bolognini nel contesto dei Dialoghi sull’uomo.
Le parole, quelle che Noam Chomsky definiva “la proprietà nucleare che definisce l’essere umano come tale”. Il linguaggio, come capacità appunto esclusivamente umana, viene analizzata da Gheno nell’ottica degli ultimi anni, ossia quelli della globalizzazione e del web.
“La diversità – spiega la studiosa – oggi ci si avvicina più facilmente e costantemente, mentre prima era un’eccezionalità nel fluire delle nostre vite. Ma l’incontro con la diversità rimane ancora oggi una sfida, un continuo adattamento all’alterità. Per mia nonna Maria, ad esempio, che era sempre vissuta in un raggio di 15 chilometri, la prima sfida fu rappresentata dall’arrivo, negli anni ‘80, dei primi ‘marocchini’, definizione che si dava in realtà a tutti gli africani”.
L’essere umano, dunque, non è automaticamente amichevole con l’altro e non è naturalmente xenofilo. Ciò che lo spinge a guardare al diverso con avversione e senso di pericolo è un semplice ed innato istinto, come adduceva Telmo Pievani: è destinato a durare poco, un terzo di secondo, se poi emerge la ragione, l’educazione e l’istruzione. Gheno parla di una “fatica”, di uno sforzo intellettuale e razionale che ci porti a vedere l’altro come un uguale “con minime variazioni”. A questo punto entrano in gioco le parole, unico strumento per definire “chi siamo, chi pensiamo di essere e chi vorremmo essere”.

Ma le parole servono anche a nominare la realtà, oltre che comprenderla. L’essere umano è onomaturgo per natura, seppur spesso in modo inconsapevole, e dare un nome alle cose è l’unico strumento che ha per parlarne in assenza. È qui però che Gheno entra nel cuore della sua relazione: “La nostra società dà a tutti la libertà di definirsi come vogliono?”. La risposta è che alcuni soggetti subiscono spesso un’eteronominazione, una definizione scelta per loro da altri.
“La nostra – afferma Gheno – è da sempre una società normocentrica. C’è un parametro che stabilisce la vicinanza o la lontananza da una supposta normalità, che per noi è maschio, bianco, eterosessuale, cisgender (che si riconosce nel sesso determinato alla nascita), di mezza età (non si può essere troppo giovani o troppo vecchi), con un corpo conforme (né grasso, né magro), senza disabilità, neurotipico, possibilmente anche benestante, corrispondente all’attesa sociale che c’è verso il tuo sesso”.
I frutti di una società normocentrica non possono quindi che essere le svariate forme di discriminazione ancora oggi fortemente presenti a livello sociale: maschilismo, razzismo, omofobia, transfobia, grassofobia, abilismo. Un concetto di normalità e di atipicità deciso quindi da pochi e da loro difeso dinanzi a qualsiasi richiesta di cambiamento, con l’aggiunta di spauracchi inventati come “la dittatura del politicamente corretto” o “il neolinguismo orwelliano”.
“In ‘1984’ – spiega Gheno – si imponeva l’eliminazione di alcune parole, non di certo l’aggiunta di nuove che potessero essere meno discriminanti. Per quanto riguarda questa supposta ‘dittatura’, mi pare che i principali media nazionali facciano tutto tranne che dare spazio e dignità alle minoranze. Addirittura qualcuno si sente libero, in prima serata televisiva, di usare parole dalla chiara impronta razzista od omofoba e di decidere che esse non sono offensive. Poi ricevono pure un premio per la satira e nelle motivazioni essa viene definita ‘innovativa’ (chiaro riferimento ai comici Pio e Amedeo, ndr)”.
Quindi come uscire da quest’impasse culturale? Come creare una società consapevole delle parole discriminanti e di quelle inclusive?
Innanzitutto, afferma Vera Gheno, bisogna superare il concetto stesso di inclusione, che sottintende il più delle volte una concessione gentilmente offerta da chi ‘include’ a chi ‘viene incluso’, per passare a quella che Fabrizio Acanfora definì “convivenza delle differenze”. Un vero e proprio stato di uguaglianza tra diversi, una società di pari per dignità e diritti.
L’altro strumento prezioso è invece la responsabilità collettiva: nessuno può pensare di sottrarsi dinanzi ad un problema che è di tutti, ossia dal fare la propria parte contro ogni forma di emarginazione sociale e di discriminazione.
L’incontro con Vera Gheno si chiude dunque con le parole di Antonio Gramsci: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”.










