di Rachele Barghini
PISTOIA – «Ma perché di tal vista tu non godi, se mai sarai di fuor da’ luoghi bui, apri li orecchi al mio annunzio, e odi: Pistoia in pria d’i Neri si dimagra; poi Fiorenza rinova gente e modi».
Sono le parole con cui è annunciato l’esilio di Dante da Vanni Fucci, protagonista, insieme a Giacomo il maggiore, santo patrono di Pistoia, del convegno di studi danteschi “Dante, la bestialità e la speranza”, che si è tenuto nella Sala maggiore del Comune.

Fra le autorità presenti, il sindaco Alessandro Tomasi, il professor Andrea Fusari, presidente dell’Università “Vasco Gaiffi” e Giovanni Capecchi, presidente di Uniser e del Polo Universitario “Ippolito Desideri”.
«L’obiettivo del convegno- ha spiegato Capecchi – è quello di incrociare due percorsi: quello globale rappresentato dal centenario della morte di Dante e quello locale sulla celebrazione dell’anno Iacobeo pistoiese, in un percorso grazie al quale, attraverso la poesia, vengono messi in rilievo i legami fra Alighieri e la città», e tutto questo, ha aggiunto Giampaolo Francesconi, medievista e coordinatore del convegno, «al fine di favorire la ricerca in ambito umanistico».
Ad aprire il ciclo di conferenze, Silvia Diacciati, docente dell’Università di Firenze e medievista, che introduce al tema della violenza, principale forma di lotta politica nelle città toscane di fine Duecento. Fra i vari tipi di violenza, se ne riconosce una pubblica, quindi di istituzione o di fazione – quella delle lotte fra guelfi e ghibellini –, e una privata, esercitata nei confronti dei parenti, come nel caso di Forese Donati, magnate protagonista delle vicende fiorentine del tempo ed oggetto di studio di Diacciati.
Fra gli eventi più significativi del convegno, anche l’autorevole voce di Giuseppe Ledda, ordinario presso l’Università degli Studi di Bologna, che ha introdotto i due pistoiesi della Commedia: San Jacopo, personaggio del sacro paradiso dantesco, e Vanni Fucci, autore di un furto sacrilego nel duomo di Pistoia, caratterizzato da una innata ferocia comune a tutti i suoi concittadini, già dai tempi della guerra fra romani e Catilina, ed è proprio verso la città di Pistoia che si scaglia Dante, augurandole di ridursi in cenere al fine di avere un futuro di salvezza privo di corruzione.
Sullo stesso personaggio, ha concluso Giovanna Frosini, docente dell’Università per stranieri di Siena, che, oltre a considerazioni linguistiche, ha proposto un’interessante riflessione: derubare nel Duomo di Pistoia, significava non solo commettere un atto empio nei confronti del sacro patrono, ma anche verso la città stessa, essendo la cattedrale il luogo in cui venivano conservati gli statuti cittadini.







