PISTOIA – Anche la nostra città ebbe a che fare, in passato, con processi intentati contro donne accusate di “stregoneria” e di “spargere malefici”.
Tra gli Atti criminali conservati presso l’Archivio comunale di Pistoia vi è la sentenza pronunciata nel 1250 dal giudice civile contro la serva Meldina, rea di aver prodotto fatture e malefici contro il suo padrone, e per questo condannata al pagamento di una forte multa.
Un documento breve ma interessante, che getta luce su un caso certamente curioso ma neppure troppo raro nella Toscana del Duecento: un esempio, per fortuna incruento, di “stregoneria domestica” avvenuta in ambito familiare, diversa da quella stregoneria legata alle dottrine eretiche e ai culti diabolici, che sarà oggetto delle crescenti attenzioni dell’Inquisizione e che raggiungerà l’apice della repressione durante la “caccia alle streghe” nel periodo della Controriforma.

L’immagine “classica” della strega tra Medioevo ed età moderna è quella di una giovane donna processata, torturata e condotta al rogo perchè falsamente accusata dalla superstizione popolare o dai sospetti degli inquisitori di svolgere “azioni malefiche” non solo a danno della religione, ma soprattutto contro la comunità in cui viveva, provocando sciagure e disgrazie a danno di persone innocenti (vale la pena, a questo proposito, rileggere le pagine del romanzo storico La chimera di Sebastiano Vassalli).
Il caso pistoiese è ben lontano da simili eccessi, anche se i caratteri di fondo sono gli stessi: la ricerca di un “capro espiatorio” di fronte al manifestarsi di un fatto negativo e in apparenza inspiegabile, almeno secondo la mentalità del tempo; la presenza di una diffusa superstizione popolare (che pure era definita come tale dalle opere di diritto canonico che si occupavano di stregoneria) e di un sentimento di sospetto e pregiudizio verso chi proveniva da fuori città; il carattere “pubblico” che assumeva la stregoneria quando il “maleficio” attribuito alla strega travalicava la sfera privata e diventava un problema riguardante l’intera comunità.
Questi i fatti riassunti nella sentenza del processo: la giovane Meldina, originaria del contado di Bologna, era la serva di Lapo di Soffredo Calandetti, esponente di una famiglia appartenente al ceto mercantile, o comunque all’alta borghesia, che si era trasferita da non molto a Pistoia, come chiarisce l’indicazione di Vercelli quale luogo di nascita di Soffredo. Insieme al padre, al figlio e alla ragazza viveva nella stessa casa la fresca sposa di Lapo, Galliana, che da poco si era unita in matrimonio con il Calandetti.
Ma qui nasce un problema spinoso, e non di poco conto: la coppia trova delle inaspettate difficoltà nel consumare il matrimonio, e quello che all’inizio sembra un fatto strettamente intimo e privato, tutt’al più capace di provocare ironie e sorrisi in famiglia e nella cerchia ristretta degli amici, diventa un fatto palese, aperto, di dominio pubblico. L’origine del problema è Lapo, che se congiungere non potest con uxore, cioè “non è in grado di unirsi con la moglie”, come recita in maniera esplicita il testo latino della sentenza: che cosa dunque impediva a Lapo di assolvere i propri obblighi coniugali e portare a termine un dovere che la stessa Chiesa riteneva fondamentale all’interno del sacramento del matrimonio?
L’impotenza maschile non era considerata legata a cause naturali: ci doveva essere stata, per forza, l’azione di qualcuno o qualcosa che aveva irretito e inebetito (fatuus, lo definisce il testo) il povero Lapo, rendendogli impossibile l’unione con la legittima moglie. Possibile che lo sposo fosse stato ridotto in questo modo in così poco tempo? E da chi poteva essere stato ammaliato, se non dalla giovane serva di casa, rimasta evidentemente gelosa o invidiosa della nuova sposa?
Il movente c’era, il colpevole era fin troppo evidente: era stata Meldina, che, di nascosto, grazie alla conoscenza di non meglio precisate arti magiche, aveva stregato con fatture e malefici il suo padrone (facturas fecit et malleficiavit), rendendolo impotente.
La vicenda, come già accennato, esce presto dai confini familiari e mette in moto gli ufficiali del podestà di Pistoia: caso abbastanza singolare in cui l’istruttoria del processo viene portata avanti dal tribunale civile e non da quello ecclesiastico, dal momento che Meldina è vista innanzitutto come una pericolosa disturbatrice della tranquillità e dell’ordine domestico.
A rendere evidente l’accusa non sono solo le condizioni fisiche di Lapo, già molto eloquenti, ma anche la fama publica precedente, ovvero la “voce” popolare che, come spesso accade, si sparge a macchia d’olio in tutta la città, contribuendo a trasformare un’assurda diceria in una verità incontrovertibile.
La condanna, ormai scontata, viene pronunciata dal podestà e dal giudice criminale: Meldina deve pagare una somma in denaro pari a 200 lire di fiorini piccoli, una cifra ingente per una serva di umili condizioni sociali. Ma la ragazza non si presentò alla sentenza: fiutata l’aria, si diede alla fuga, abbandonò i Calandetti e la città di Pistoia, preferendo la via dell’esilio a una condanna già scritta e alla prigione, non potendo nè pagare la somma richiesta, nè appoggiarsi a un garante o a un prestatore. E, d’altra parte, meglio così: difficilmente avrebbe potuto vivere in pace a Pistoia, con addosso il marchio di “strega” capace di ogni sorta di maleficio.










Grazie Dott. Capecchi, io credo che in tutta Pistoia non siano molte le persone al corrente di wuesta antica storia. Grazie per aver riportato alla luce tutto questo.