di Francesca Matteoni
PISTOIA – Leggo stamani la prevedibile lettera con cui il PD comunale si affranca dallo sciopero nazionale del 16 dicembre, indetto da Cgil e Uil, in nome di una più alta visione di governo e dell’unità del partito.

Propone però di aprire tavoli di discussione: mentre le persone stentano ad arrivare a fine mese e vorrebbero sentirsi tutelate da certe bandiere, nel PD si pensa di sedersi a un tavolino per spaccare il capello già sfibrato in dieci.
Per comprendere (ancora) come questo partito, almeno nella sua espressione maggioritaria, disconosca i fondamentali di una politica di sinistra, basta cominciare dalle prime righe e dalla scelta dell’immagine per il post su Facebook. Si legge che il partito sostiene il segretario nazionale Enrico Letta, il cui volto giganteggia su queste parole. Non una foto dei lavoratori, non un accenno a certe lotte esemplari, come quella sostenuta dagli operai della GKN che dovrebbe illuminarci sulla grande questione dell’economia sostenibile a livello ambientale e civile.
Mi è tornata in mente una frase di un notissimo guru indiano durante una conferenza ad Harvard. Diceva che il male non è nel potere, che è in sé neutro, ma in un’idea limitata di identità: quanto più si restringe il concetto identitario, tanto più il male cresce. È un concetto interessante e veritiero, preoccupante se applicato alla suddetta lettera, dove l’identità è ridotta all’immagine del capo, emanazione e giustificazione di un partito in perdita di principi ed etica.
Il messaggio epistolare è limpidissimo: non stiamo con i diritti sociali, ma con gli uomini (anche quando sono donne) alla guida del partito che in mancanza di coraggio e idee, cercano di salvarsi non scontentando nessuno… e bastonando il popolo che di sinistra ha sete. Mettiamola un attimo sul ridere: almeno avessero scelto Nick Cave, Eddie Vedder, Beck, un incrollabile Jagger o un defunto Lennon! Perfino le vecchie rockstar hanno tempi difficili nell’immaginario iconografico del PD.
C’è un sentimento pusillanime e ricattatorio nascosto nella lettera: dato che già apparteniamo a una maggioranza trasversale, se non agiamo così perderemo e lasceremo campo alle destre. Credo che non ci sia niente di più osceno, nel senso letterale, nel voler governare con la paura. Ma di solito chi si appella alla paura degli altri, dei buoni cittadini rispettosi, vive nella paura e da questa non sa uscire. Crea alleanze di comodo per restare a galla. Partecipa a iniziative con titoli che rimandano alla lotta, al lavoro e all’impegno, per poter dire: guarda che io c’ero. Non sceglie mai i più fragili. Non sa chi sono. Una parte di me, lo dico seriamente, ha pietà per questi soggetti. Per questa stilla di pietà, e dato il periodo, auguro al PD comunale che questa letterina finisca nelle mani di Babbo Natale e non della Befana: mentre il primo può avere simpatie capitaliste e certamente rispecchia un modello patriarcale, la seconda non farà sconti. Donna solitaria, vecchia, un po’ megera, animata dallo spirito redistributivo della giustizia, vicina a tutti i piccoli del mondo, ai poveri e ai fragili, perché povera e fragile lei stessa, temo che non porterà loro nemmeno il carbone.
Fine del pathos e ritorno alla realtà, dove vorrei raccontarvi qualcosa di personale, un esempio fra i tanti, di ciò che un partito come il PD disattende e tradisce.
Sostengo lo sciopero da una posizione lavorativa sempre più condivisa, che caratterizza quella fascia di popolazione con un reddito inferiore ai 15.000 euro (o di pochissimo superiore, se va bene). Lavoro nella cultura e nell’educazione come docente presso un’università americana, insegnante di lingua inglese per adulti; scrittrice e ideatrice di progetti editoriali. Integro con articoli per riviste letterarie e laboratori di scrittura. Ci sono poi i lavori non retribuiti che per me si traducono in militanza: credo sia un dovere politico di chi ha qualche strumento in più fare volontariato.
Detta così sembra una vita molto piena, e lo è! Tuttavia lavoro perché in possesso di una Partita Iva a regime forfettario, che significa che io non avrei alcuna ‘ragione’ per scioperare: se lavoro vengo pagata, se non lavoro no. Non ho ferie, malattia, diritti. Pago le tasse fino all’ultimo per una pensione che probabilmente non riceverò. Ho scelto, certo. Potevo restare nel Regno Unito, dove ho abitato per diversi anni, e perseguire una carriera accademica. Ho scelto la lingua della mia poesia e di certi affetti. Ho scelto di tornare stando fuori da ogni sistema, ma pagando ogni magagna del sistema.
Sono una persona che può esibire dei titoli, per i quali chiunque sia onesto intellettualmente sa che non serve scomodare categorie di merito: spesso basta fare il minimo per ottenerne uno; ma soprattutto qualificata dall’esperienza, dalla molteplicità dei lavori svolti perfino in contemporanea (lavapiatti, educatrice, mercante, ricercatrice accademica, scrittrice, traduttrice, insegnante, saltimbanco di strada e cameriera), e dallo studio, eppure fatico per guadagnare mille euro netti al mese. Non sono né una sciocca né un’eroina, semmai una persona curiosa che raramente ha trovato un lavoro brutto o inferiore rispetto a un altro.
E sono libera. Sono convinta che il male sia in chi sta nei partiti e non nella politica, che è tutto. Sono certa che da questo se ne esce a viso aperto, restando solidali e fermi sulle questioni dei diritti civili e sociali.
Perché, al di là della mia P. Iva e della condizione particolare del singolo, senza la comunità non siamo nulla e in questo lungo momento di crisi non è raro riconoscere la comunità nel canto di battaglia che non ha paura del presente e nemmeno del futuro.










