di Riccardo Bonaguidi
PISTOIA – Vent’anni di Emergency e di Afghanistan raccontati in un libro. Nel suo ultimo lavoro, ‘La regina di Kabul’, Vauro Senesi, ospite ieri giovedì 20 gennaio alla fondazione Tronci in compagnia della giornalista Gaia Angeli, racconta i vent’anni di guerra in Afghanistan attraverso gli occhi dei pazienti degli ospedali della ONG.
Protagonisti sono soprattutto bambini, feriti, logori. Piccoli corpi fatti a brandelli dai ‘pappagalli verdi’ (mine antiuomo costituite ad hoc per colpire i più piccoli).
“In Afghanistan abbiamo vissuto molte esperienze dure, nonostante le quali, e qui sta la grande lezione di Gino Strada – ha detto Vauro – il sentimento di umanità e l’empatia sono sempre stati forti”. Anche difronte ai corpi dilaniati. “Spesso ci chiedevamo se ne valesse la pena – ha proseguito – Ma non potevamo lasciarci prendere dalla disillusione: noi potevamo scegliere di essere lì”.
E di questa grande lezione Vauro si fa portavoce, un invito a non chiudere gli occhi, a prender parte contro le guerre, a essere portatori di solidarietà. “Anche ora che i riflettori sono spenti, che gli Usa se ne sono andati, in Afghanistan si continua a morire e gli ospedali di Emergency sono pieni” ha denunciato l’autore.

Nel libro Vauro sceglie di non nominare mai Gino Strada per nome. Compare solo in copertina, in foto. Nel resto del libro è solo il ‘doctor’, il dottore, nome con cui veniva chiamato nelle corsie di Emergency.
“Ho scritto – ha raccontato Vauro – anche per dimostrare che Gino non era un santo. Santificarlo equivale a disinnescarlo, mettere nel dimenticatoio il suo esempio, il suo lavoro e le sue denunce. Non volevo fare un breviario su San Gino”.
Nelle pagine la durezza della guerra e umanità si avvicendano, e alle storie di violenza si uniscono quelle di riscatto. Di particolare importanza il tema delle donne, affrontato con schiettezza e rispetto.
“Per entrare a lavorare in ospedale avevamo proibito il burka, più che altro per motivi di praticità – ha raccontato – ma non si può pensare di ridurre tutto il dibattito e le motivazioni di una guerra alla lotta di emancipazione femminile, alla liberazione da questo indumento. Liberare una donna dal burka facendoglielo bruciare addosso con la bombe non è una soluzione. Si parla del burka come strumento di oppressione e sembra che sotto non ci sia nulla. Non si può ridurre tutto a una questione di indumenti, altrimenti togliamo loro identità”.
Nel libro c’è spazio anche per la bellezza, uno strumento di sollievo, una cura per le atrocità dei combattenti. “Gli afghani sono stati, in tutto, 40 anni in mezzo alle brutture della guerra. Trovare nell’ospedale un giardino coi fiori o i disegni colorati nei padiglioni dei bambini era ed è funzionale alle cure” – ha ribadito.
“Nonostante il regime vietasse le espressioni artistiche – ha aggiunto – con Gino decidemmo di provare comunque a fare qualche illustrazione sulla parete. Per dipingere i disegni che feci a carboncino, ingaggiammo un calligrafo, unica professione artistica, questa, ammessa dal regime. Un calligrafo che si rivelò essere poi un valido pittore. Teneva per paura i propri quadri segregati in una botola. Nel padiglione ci dipinse il mare di verde e Gino si alterò. Aveva mai visto il mare in vita sua? No”.
”Quei disegni sono ancora lì – conclude. E anche i bambini”.
A margine della presentazione, raggiunto in disparte, Vauro si lascia a qualche confidenza in più. Da Pistoia, dove è nato nel 1955, a Kabul, e in tutti quegli scenari di guerra, e di povertà estrema, dove ha seguito le vicende di Emergency (di cui è stato anche portavoce tra il 2006 e il 2009), il fumettista ha cercato di raccontare la guerra mosso dal desiderio di approfondire, conoscere, capire. Ma anche quello di essere solidale con la sofferenza, mettendo spesso a nudo le ipocrisie dietro ai conflitti.
“Ho provato sempre curiosità – ha raccontato – ho sentito sempre la necessità di interessarmi, di non dare per scontato nulla. Ho voluto vedere, raccontare, ascoltare e soprattutto ho sempre trovato importante esserci”.
Esserci in che modo? “È chiaro, bisogna vedere come ci si vuol stare nei posti: se è con le bombe e i droni, allora meglio non esserci affatto” ha detto.
“In definitiva, esserci vuol dire avere la capacità di ascoltare”.
”Di quelle esperienze di guerra – ha aggiunto – restano le schegge. Come quelle delle granate, che si conficcano nella carne e ogni tanto tornano a farsi sentire. Anche da quel dolore nasce il libro”.
Nel corso dell’intervista Vauro spende anche qualche parola su Pistoia. “Mi manca molto. Quando partii per Roma, nel 1977, non vedevo l’ora di tornarci. Pensavo che il soggiorno nella capitale sarebbe durato poco. Al tempo Pistoia era una città molto viva. Penso con piacere ai compagni di un tempo. Alla militanza. Poi la città è cambiata – ha concluso – è arrivata la droga, un anestetico forte, che ha contrastato la volontà di cambiamento”.










