mercoledì, Settembre 9, 2026

L’arte come “metamorfosi” del reale: intervista ad Andrea Marini

di Andrea Dami

CALENZANO– Ho incontrato Andrea Marini che, oltre a conseguire la maturità artistica, si è laureto anche in architettura.

Marini è un artista che parte dalla “consapevolezza di una realtà in cui il rapporto uomo-natura è soggetto a continue manipolazioni e alterazioni”, come si legge nella sua biografia.

L’artista Andrea Marini al lavoro nel suo studio (foto di Andrea Dami)

“Il suo percorso artistico si sviluppa nella ricerca e ri-creazione di un nuovo ‘mondo’ dove il confine tra il reale e l’immaginario è molto labile”. Quindi una “metamorfosi corporea” che mi porta a chiederti:

A proposito di metamorfosi come hai e continui a reagire in questa anomala situazione pandemica, ovviamente con il tuo lavoro artistico? Magari con lavori di grande o piccolo formato? Hai intenzione di presentare i nuovi lavori in una personale o in una collettiva?

Nel 2020, durante il periodo di lockdown, in cui tutti eravamo costretti a rimanere in casa in una specie di clausura, passato il primo periodo di sconcerto e riflessione ho cercato di reagire e, ad un certo momento, è nato forte in me il desiderio di riprendere a realizzare delle opere. Non potendo raggiungere il mio studio, che si trova a venti kilometri di distanza dalla mia abitazione, ho deciso così di allestire un piccolo spazio nel seminterrato di casa e di utilizzare materiali disponibili nell’ambiente domestico.

Sono così riuscito a produrre alcuni lavori su carta di tipo grafico e grafico-pittorico, usando come strumenti la cera fusa, ottenuta riutilizzando residui di candele colorate, e inchiostri rimasti in casa e, solo in seguito, acquistati on line.

È stata per me un’esperienza interessante perché mi ha permesso di sperimentare soluzioni artistiche che con molta probabilità, in circostanze diverse, non avrei mai pensato di praticare ma che sicuramente avrò modo di sviluppare.

Questa serie di lavori che ho chiamato “extempore covid19” del formato 70×50, è rimasta per ora nel cassetto, ma non escludo la possibilità di svilupparla ed esporla se si presenterà l’opportunità.

In questo stesso periodo, invitato dalla giovane curatrice Yang Chun Meng, ho partecipato alla mostra collettiva “Breakpoint continuity” realizzata on-line in Cina.

Nella collettiva sono state inserite le immagini di alcune mie sculture ed un breve video intitolato window che ho elaborato per l’occasione utilizzando il cellulare.

Considerando il momento, ho individuato nella finestra l’unico mezzo possibile di interazione e comunicazione con l’esterno.

Quest’anno, potendo tornare di nuovo al mio studio, mi è stato possibile lavorare e realizzare un’installazione intitolata respiri esposta attualmente nel Cimitero di Chiesanuova a Prato all’interno dell’iniziativa “Arte nei cimiteri” ideata e curata da Riccardo Farinelli. Per questa proposta ho costruito dei vortici in polistirolo che con la loro leggerezza fanno pensare a presenze sotterranee, a dei respiri che fuoriuscendo dal terreno concretizzano la sensazione forte “del ricordo dei propri cari”.

In prospettiva non ho una strategia precisa per reagire a questa condizione pandemica che continua a persistere. Il mio intento è quello di continuare ad azionare e potenziare l’attività dei miei “sensori interiori” cercando di recepire le istanze, gli avvenimenti e i fenomeni che avvengono intorno a me per rielaborarli e trasformarli al fine di salvaguardare quello che l’arte ha sempre dovuto fare: porre degli interrogativi, stimolare e provocare la sensibilità delle persone, ampliare l’immaginario e di conseguenza i riferimenti critici e interpretativi della realtà.

Andrea Marini, “Anellidi”

Tornando all’oggi, quale “luce”, forte o flebile, vedi in fondo a questo inaspettato “tunnel”? Per rimanere nel “mondo” dell’arte: c’è una speranza per i giovani artisti, ma anche per tutti quelli che operano con pennelli, scalpelli, carte colorate e pennarelli?

Spero che all’interno di questa situazione anomala che stiamo vivendo, l’arte intesa come “sistema” debba prendere l’occasione per una riflessione e fare una sorta di bilancio, o meglio di esame di coscienza; dovrebbe, cioè, rivedere le sue logiche speculative per identificare e dare maggiore spazio a ciò che esiste di interessante e poetico nella produzione artistica, al di sopra e indipendentemente dai meccanismi dettati dal potere del mercato. Tutto questo affinché l’arte possa ritrovare una sua nuova e reale autenticità.

Per quanto riguarda gli artisti giovani e non, penso che qualsiasi mezzo sia valido per produrre arte, l’importante è non farsi mai sedurre dalle mode contingenti, ma seguire con ostinazione il proprio filo interiore; penso anche che il desiderio di creare e di inserirsi in questo difficile mondo dell’arte permanga sempre e comunque nonostante le innumerevoli difficoltà perché è insita nell’uomo la necessità di esprimersi e di riflettersi in quell’insostituibile “immateriale” e “spirituale” che l’arte contiene in sé.

Mi interesserebbe una tua riflessione sul tuo percorso artistico, su quelle opere, se ci sono state, che ti hanno fatto “deviare” da quella linea immaginaria che ti eri prefissata, scoprendo un altro “cammino”, o una strada senza uscita.

Quando penso all’attività artistica in generale e al mio percorso artistico in particolare, non posso fare a meno di associarlo ad una specie di albero, dove il tronco rappresenta il flusso principale che va continuamente ad alimentare il desiderio della creazione.

Il flusso rappresenta l’insieme delle conoscenze, esperienze, stimoli e percezioni, sia interiori che provenienti dal mondo esterno, ed è l’humus creativo dell’individuo artista. I rami rappresentano, invece, i vari aspetti della ricerca. La loro lunghezza può variare in base all’intensità del percorso intrapreso e al tempo impiegato per svilupparlo.

La creazione è quindi, per me, un complesso organismo interattivo soggetto a trasformazioni e cambiamenti in un processo di continua osmosi tra fenomeni interiori ed eventi esterni.

In questa ottica mi è difficile individuare in maniera chiara una deviazione dal mio percorso artistico; tuttavia un cambiamento importante della mia ricerca è avvenuto agli inizi degli anni 90.

Infatti a quei tempi il mio lavoro era caratterizzato fondamentalmente da un approccio di tipo geometrico di per sé piuttosto rigoroso che richiedeva un consistente impegno progettuale. È stato allora che ho sentito il bisogno di svincolarmi da questo criterio per intraprendere un lavoro più organico che mi permettesse una maggiore libertà creativa e mi consentisse anche di affrontare più direttamente un tema che mi sta particolarmente a cuore: creare, o meglio, ri-creare una sorta di naturalità innaturale che, coinvolgendo il mondo vegetale ma anche quello zoomorfo e antropomorfo, sia sintomatica e conseguenziale al controverso rapporto uomo-natura che stiamo vivendo.

Questo passaggio ancora oggi influenza e guida la mia ricerca.

Andrea Marini, “Erranti”

Vorrei terminare questo importante incontro con quest’ultima domanda: com’è oggi, intendo nel XXI secolo, lo “stato dell’arte” per Andrea Marini?

Purtroppo penso che, a tutt’oggi, nonostante le speranze prima espresse, l’arte sia sottoposta a troppe logiche di tipo economico-speculative.

Ci sono gruppi di potere costituiti soprattutto da potenti gallerie con annessi collezionisti, critici, musei ecc., che decidono il da farsi anche a livello di stile, mode, linguaggio, le opere da esporre e inserire nel mercato. Di conseguenza solo gli artisti che riescono ad entrare nel “sistema” possono emergere, gli altri rimangono stazionati in una sorta di limbo.

Quindi, oltre alla speranza di una ipotetica “presa di coscienza” del sistema dell’arte nel suo complesso, sarebbe necessario, suppongo, e mi riferisco soprattutto all’Italia, che tutti quegli organismi preposti alla salvaguardia e tutela del patrimonio artistico-culturale, sia a livello locale che nazionale, operassero concretamente e finanziariamente per valorizzare e far emergere le potenzialità espressive presenti nel territorio.

Sarebbe fondamentale poi tutelare la sopravvivenza delle piccole e medie gallerie perché solo queste sono in grado di garantire la visibilità e la promozione di artisti che altrimenti rimarrebbero nell’oblio.

Alla base di tutto questo, naturalmente, sarebbe indispensabile la così detta “volontà politica”.

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