mercoledì, Settembre 9, 2026

Via Paganini, una vicenda che va al di là dell’abbattimento degli alberi

di Pietro Massaini

PISTOIA – La manutenzione del verde pubblico in via Paganini, all’intersezione con via dello Spartitoio, ha suscitato nuovi malcontenti nei residenti del quartiere.

Gli alberi tagliati nel giardino di via Paganini

Sulle panchine, sui 2 alberi rimasti degli 11 che c’erano, è affissa una lettera di denuncia firmata “Protesta in festa”, dalle cui parole emerge l’amarezza per quel pezzo di quartiere tranciato con la motosega, per la vita in una zona adesso massicciamente edificata e priva di sufficiente alberatura. La lettera chiede un risarcimento con alberi ad alto fusto, oltre ad un’azione più oculata e lungimirante. Dietro la frustrazione dei cittadini stanno due problemi spinosi da risolvere.

Il primo riguarda la comunicazione. Persone abituate alla presenza del verde, a piante frondose dove gli uccelli nidificano, nel giro di poche ore le perdono, senza poter dire la propria, senza venir consultate. Le soluzioni al trattamento di una pianta malata non sono mai felici, ma la piantumazione di nuovi alberi come previsto da regolamento non basta come giustificazione. Il verde pubblico, infatti, è un bene comune troppo importante, soprattutto per chi non possiede un proprio giardino. E in quanto tale la decisione di come prendersene cura deve essere maggiormente partecipata. Il concetto di sostituzione non si applica alle piante infatti: una pianta antica, imponente, una volta tagliata muore e il piccolo alberello che cresce al suo posto, seppur giovane e sano, non può di certo considerarsi suo sostituto. O almeno, non nel breve termine concesso alla speranza di vita umana. Inoltre, sorge la domanda “se erano malate, perché non sono state curate negli anni? Erano veramente malate? È solo un modo grezzo di evitare la responsabilità?”.

Via Paganini

Il secondo problema è dunque strettamente connesso al precedente, e riguarda il ruolo nevralgico del verde pubblico, verso cui spesso le parole tessono elogi senza capire il perché. Il perché è il seguente: la città è di per sé un ambiente nel quale spesso le persone si trovano costrette a vivere per esigenze lavorative, perché qui sono concentrati punti di interesse, scuole, servizi migliori. Insomma, offrono opportunità che il mondo rurale non può dare a sua volta. Ma le città sono anche ambienti talvolta inospitali, e la presenza del verde non solo ha effetti benefici – come ormai è quasi pleonastico ricordare – sulla qualità dell’aria, della salute, ma è anche il giardino dei cittadini. È ciò che mitiga l’inospitalità delle città, un luogo che ristora la mente, in cui incontrarsi, fare attività fisica, portare i bambini, passare i dieci minuti liberi di stacco dal lavoro. Il parco è lo spazio in cui si formano i ricordi di giochi nell’infanzia, di baci e uscite dopo scuola nell’adolescenza, di riflessione e parole nell’età adulta e nella vecchiaia. Insomma, il verde pubblico è sacro. Non nel senso strettamente religioso del termine, ma nell’accezione di un qualcosa alla quale siamo intimamente, profondamente attaccati.

Per questo il regolamento attento e le motivazioni legittime dell’abbattimento non bastano ai cittadini. Perché di fronte alla morte, alla rimozione di un corpo, provano sempre un senso di lutto.

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