PISTOIA – Il fatto non sussiste.

Il Tribunale di Pistoia, accogliendo la richiesta della Procura della repubblica, ha assolto Samuele Bertinelli, Tina Nuti e Maria Teresa Carosella da ogni accusa a loro carico.
Sei anni (un anno di inchiesta e cinque di processo) vissuti come dentro un inferno, sei anni di sofferenze, di incubi e rabbia, con l’intimo convincimento di essere vittime innocenti di un disegno politico tracciato in stanze fiorentine e romane.
E’ sempre stato chiaro, infatti, che dietro e dentro la vicenda ci fosse stata la politica, quella sporca, quella giocata dietro le quinte per far fuori un uomo scomodo ai “grembiulini” pistoiesi e alla parte maggioritaria del suo stesso partito.
Sintomatico l’unico commento fatto dallo stesso procuratore della Repubblica Canessa alla vicenda: “Palazzo”, quando venne fuori la falsa notizia dell’iscrizione del registro degli indagati dell’ex sindaco e degli altri.
In queste ore leggiamo, tra i tanti messaggi di congratulazioni, anche qualche commento fuori pista come le ironiche congratulazioni alla Procura. Tirare in ballo gli inquirenti è depistaggio: i magistrati hanno solo applicato la legge, come sempre (possiamo contestare i tempi, ma la lunghezza dei processi è da tempo il cancro della giustizia italiana), le responsabilità sono altrove, politiche e gravissime.
Umanamente e politicamente è fuorviante anche parlare di cinque anni di sofferenza, perché la vicenda iniziò ben prima dell’anno delle elezioni per poi deflagrare a livello mediatico, complici giornalisti vicini al potere e a una parte del Pd, come ha dimostrato l’inchiesta sulla fuga di notizie dalla Procura.
Siamo sempre stati convinti che la sconfitta di Bertinelli del 2017 sia nata l’anno precedente – se non addirittura nel 2015 -, e maturata nel 2017 seguendo un copione politico molto chiaro: partire da esposti fasulli (nessuno dei numerosi imputati nella inchiesta è stato condannato), far esplodere mediaticamente il caso per poi mollare l’ex sindaco che fu costretto ad affrontare in assoluta solitudine la campagna elettorale, anche contro una parte del suo stesso partito (in quei nei giorni autorevoli esponenti del Pd erano di casa nel comitato elettorale di uno dei numerosi candidati).
Per cinque anni, dal 2012 al 2017, Samuele Bertinelli aveva rotto schemi e regole mai scritte, era un sindaco anomalo rispetto alle consuetudini: non “piazzava” amici né parenti, non si faceva tirare per la giacca, garantiva la massima trasparenza alla propria azione politica, nelle scelte poneva il merito davanti a ogni altra cosa. Per alcuni aveva anche comportamenti troppo rigidi: la mattina entrava in palazzo comunale prima dei dipendenti, se ne andava a tardissima sera controllando che tutte le luci degli uffici fossero spente, aveva cercato di reintrodurre regole dimenticate nell’organizzazione comunale, richiamava i dirigenti alle loro responsabilità, andava agli incontri fuori città con la propria auto o utilizzando la Panda del cantiere.
Comportamenti che si riassumono in una sola parola: etica, parola sconosciuta ai più, politici o giornalisti che siano.
Comportamenti inaccettabili per quella parte del potere pistoiese abituato al “maneggio” politico, agli affari da concludere al di fuori delle stanze istituzionali, ai sussurri. Una intransigenza che lo aveva caratterizzato anche all’interno del suo stesso partito.
Insomma, insopportabile.
Il Tribunale di Pistoia ha restituito l’onore a Samuele Bertinelli, Tina Nuti e Maria Teresa Carosella, persone limpide, specchiate, ma nessuno restituirà loro sei anni vissuti nell’angoscia con la consapevolezza di aver fatto solo il loro lavoro.
E come al solito, nessuno pagherà per le sofferenze causate, né i dirigenti né i politici.







