martedì, Settembre 8, 2026

L’antropologia, “sguardo sul mondo con gli occhi degli altri”: intervista a Marco Aime

di Andrea Capecchi e Francesco Belliti

PISTOIA – Lo scorso 18 marzo l’antropologo Marco Aime è tornato al Teatro Bolognini di Pistoia per incontrare gli studenti delle scuole superiori con una lezione introduttiva alla nuova edizione dei Dialoghi di Pistoia.

Un’edizione, la tredicesima, dal titolo “Narrare humanum est. La vita come intreccio di storie e immaginari”, che sarà dedicata ai temi del racconto e della narrazione, come sempre declinati in una visione ampia e multidisciplinare, capace di abbracciare un vasto insieme di materie e spunti di riflessione.

Con l’occasione di questo evento “preparatorio”, che segna anche una “ripartenza” importante con il ritorno delle lezioni partecipate e in presenza negli spazi culturali della città, abbiamo rivolto a Marco Aime alcune domande sul ruolo attuale dell’antropologia e sulla sua rilevanza come chiave interpretativa del presente.

L’antropologo Marco Aime nel corso della lezione introduttiva sui Dialoghi al Bolognini

Il tema dei Dialoghi di Pistoia di quest’anno sarà il racconto. Secondo lei, nella storia dell’uomo, sono cambiati solo gli strumenti o anche l’atto stesso del racconto?

Cambiando gli strumenti, cambiano evidentemente anche le modalità del racconto. Come ci ha insegnato Marshall McLuhan, “il mezzo è il messaggio”. La nuova tecnologia richiede linguaggi nuovi e nuove forme di comunicazione, ma questo non significa che l’atto del raccontare sia radicalmente cambiato. In realtà, con forme diverse e con mezzi diversi, in fondo continuiamo a comunicare in modo narrativo. L’unico che possiamo esprimere, l’unico che riusciamo a comprendere.

Uno sguardo sul presente, analizzato in chiave antropologica. Secondo Pierre Clastres, la guerra è lo strumento con cui le società primitive cercano di preservare la propria identità: un concetto che vale anche oggi per il conflitto in corso?

Non credo fosse così nelle società primitive e non credo lo sia oggi. La Russia di Putin non aveva nessuna necessità di preservare alcuna identità. Le guerre si sono sempre fatte e si fanno per motivi prettamente economici, camuffati da ragioni ideologiche, identitarie, razziali, religiose.

Molti popoli vivono ancora sotto l’oppressione di regimi o di culture fondamentaliste e retrograde: quali sono i limiti entro cui dovrebbero rimanere gli stimoli dall’esterno da parte dei popoli cosiddetti “liberi”? E come può un popolo, sulla via dell’autodeterminazione, riconoscere altre possibili derive autoritarie?

Questa è una domanda che andrebbe fatta a un politologo. Le culture si sono sempre influenzate a vicenda e ogni cambiamento avviene quando certe dinamiche interne ed esterne raggiungono un equilibrio accettabile. Ci sono sempre stati stimoli dall’esterno, ma non tutti vengono necessariamente accolti. Una cosa certa è che non possono venire imposti modelli con la forza. Abbiamo visto cosa è accaduto in Afghanistan. Le derive autoritarie, purtroppo, le riconosciamo quando si sono già consolidate, almeno così ci insegna la storia.

Nel fenomeno estremamente attuale delle migrazioni, quali possono essere le conseguenze, da un punto di vista antropologico, per i Paesi che vengono abbandonati e per quelli che si ritrovano ad ospitare?

Il dramma è per i Paesi abbandonati, che perdono le loro forze migliori, i giovani più coraggiosi e intraprendenti. Per l’Europa, in forte declino demografico, dovrebbero rappresentare un vantaggio, se il fenomeno non fosse strumentalizzato politicamente. In ogni caso, il cammino è avviato e invece di porre continue barriere, che creano solo più sofferenze e morte, bisognerebbe gestire con intelligenza il fenomeno.

Le sue lezioni al Bolognini con gli studenti delle scuole pistoiesi sono sempre molto seguite e partecipate. Quanto è importante incontrare gli studenti e introdurli agli studi antropologici? In che modo l’antropologia può aiutare i ragazzi a sviluppare un pensiero critico e a comprendere meglio i processi di carattere politico, sociale e culturale oggi in atto?

L’antropologia serve a cambiare anche l’approccio ad altre discipline, come la storia, la geografia. Serve a tentare di spostare lo sguardo, a cambiare l’angolazione della nostra visuale, per vedere le cose anche con gli occhi degli altri. Capire che il nostro è uno dei tanti modi possibile di vivere, non l’unico, men che meno il migliore. In una realtà sempre più complessa, questo diventa fondamentale. Non si possono dare risposte semplici o semplicistiche. Occorre tenere conto della pluralità del mondo in cui viviamo.

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