mercoledì, Settembre 9, 2026

“La classe”: la violenza, il riscatto, la forza delle scelte

PISTOIA – Uno spettacolo potente, di forte impatto, che colpisce per l’attualità dei temi affrontati e per gli innumerevoli spunti di riflessione trasmessi al pubblico.

Sul palco del Teatro Manzoni è andata in scena “La classe” di Vincenzo Manna, per la regia di Giuseppe Marini, risultato di un lavoro di ricerca scenica ma anche di interviste condotte agli adolescenti delle scuole superiori, che hanno costituito un contributo importante per la stesura del testo drammaturgico.

L’intera storia si svolge all’interno di un’aula scolastica, che fin dall’inizio rivela tutto lo squallore e il disagio di un quartiere periferico e degradato di una non meglio identificata città europea.

Tra le cartacce sparse in terra, l’ambiente poco accogliente, il freddo pungente perchè il riscaldamento non funziona, Albert, giovane professore di storia, appena assunto nella scuola come supplente, attende con fiducia l’ingresso dei suoi studenti.

Ma la sua è una classe “speciale”: un corso pomeridiano di recupero crediti e di avviamento professionale per ragazzi provenienti da contesti familiari e sociali piuttosto problematici, a stretto contatto con criminalità, spaccio e violenza, e in cui la situazione è stata di recente aggravata dalla creazione del cosiddetto “Zoo”, un enorme campo profughi che ha ulteriormente esacerbato il clima di paura e intolleranza.

Ci sono tutti gli ingredienti – economici, sociali, familiari, umani – per dare vita a una miscela esplosiva, che Albert, pur “gettato nella mischia” alla sua prima esperienza come docente, cerca piano piano di disinnescare, tentando di instaurare un dialogo con i suoi studenti.

E infatti il primo grande problema è quello di intaccare il “muro”, simile a una barriera invalicabile, che fin dalle prime scene sembra alzarsi tra il professore e i suoi sei studenti del corso, ciascuno con i propri drammi, i comportamenti aggressivi, le ansie, le paure, le debolezze spesso nascoste sotto una “maschera” feroce e spavalda.

Una scena dello spettacolo “La classe” (foto di Tommaso Le Pera)

Pur diversi per etnia, religione e carattere, tutti sono accomunati dal rifiuto di qualsiasi forma di autorità – a partire da quella rappresentata in classe dal docente – e dalla sfiducia totale che essi nutrono verso la scuola, giudicata inutile e dannosa, buona forse solo per dormirci la notte quando fuori è buio e tornare a casa può diventare troppo pericoloso. Una percezione non del tutto errata, dal momento che lo stesso corso di recupero crediti, in realtà, non è altro che un palliativo, per ammissione dello stesso preside.

“È inutile rompersi la testa con questi ragazzi” fa capire spesso ad Albert, invitandolo a una condotta tranquilla e disimpegnata, che miri soltanto a “tenerli buoni” il tempo del corso: simbolo dell’ex professore ormai disilluso che non ha più speranze nella “missione educatrice” della scuola, il preside bada soprattutto a tenere lontani i problemi, e non dare troppo peso agli studenti che ama paragonare, nel loro comportamento, alle sue amate galline.

Ma Albert vuole rompere questo muro di incomunicabilità con i ragazzi, vuole capire i loro pensieri, i loro problemi, entrare in uno stato di empatia e di reciproca comprensione: i primi tentativi non sortiscono alcun effetto, anzi fomentano reazioni offensive e rabbiose – anche per i ragazzi il corso è una perdita di tempo, a loro interessa solo il foglio firma per attestare la presenza – ma con il passare del tempo Albert inizia a trovare la “chiave giusta” per stimolare e far parlare i ragazzi: non tutti, perchè qualcuno non riesce a smuoversi dal proprio ruolo di “capobranco”, ma i progressi e gli sforzi del professore per comprendere questi “sbandati” e il loro mondo si fanno sempre più fruttuosi.

Fino all’idea – all’inizio accolta con derisione e sarcasmo, quasi fosse il delirio di un pazzo – di far partecipare la classe, forse la peggior classe dell’intera città, a un concorso, un “bando europeo” per le scuole superiori che ha per tema una ricerca su “I giovani e gli adolescenti vittime dell’Olocausto”.

È il punto di svolta: il lavoro di ricerca, partito in sordina e senza troppa convinzione, appassiona e coinvolge sempre di più i ragazzi che si immedesimano nei loro coetanei vittime di ingiustizie e soprusi, sentono come “proprio” questo tema, e si impegnano giorno dopo giorno, anche se, prima del risultato finale del concorso, non mancheranno difficoltà, brutte scoperte e drammatici colpi di scena.

Molti sono gli spunti di riflessione che l’opera consegna agli spettatori, riassumibili, in linea di massima, all’interno di tre grandi nuclei.

La violenza: reazione istintiva di fronte al degrado, alla povertà, ai conflitti etnici e sociali, alle discriminazioni, alle esclusioni; necessità stringente in un mondo dove vige la legge del più forte, dove per sopravvivere non si esita a tirare fuori un coltello o una pistola per far valere la propria volontà e la propria voce sopra quella degli altri; vana illusione di potenza, tentazione di cambiare il mondo e risolverne i problemi attraverso il “farsi giustizia da soli”, strada che non porta a nulla se non ad aggravare la propria condizione di emarginazione.

Il riscatto: all’inizio qualcosa che sembra impossibile in una realtà ferma, immobile, immutabile, in una società che ha già bollato come “scarti” ragazzi provenienti da contesti problematici e di disagio sociale, e per questo definiti “impossibili da educare” alla vita civile, all’osservanza delle regole, al rispetto degli altri e di loro stessi; ma poi, sostenuto dalla volontà, dall’impegno e dalla voglia di cambiare, grazie a un “input” esterno e ad esempi positivi, il riscatto può dare vita a dei piccoli “miracoli”, consentendo anche agli esclusi e ai diseredati di far sentire la propria voce, di abbattere muri e rovesciare pregiudizi, di giocarsi le proprie carte per allontanarsi, forse in maniera definitiva, da un mondo di piccole e grandi schiavitù.

La forza delle scelte: non basta prendersela con il “sistema”, cedere al vittimismo o alla cieca violenza, o rimanere fermi al proprio posto, nella convinzione che nulla potrà mai cambiare e che non c’è possibilità nè speranza di migliorare la propria condizione. Non si può pensare che qualcuno, dall’alto, ci possa aiutare e possa venire in nostro soccorso se non siamo noi a fare il primo passo: è la lezione “finale” di Albert ai suoi studenti sul valore delle scelte individuali che tutti noi facciamo ogni giorno, e che contribuiscono a determinare la nostra vita.

Che sia giusta o sbagliata, positiva o negativa, una scelta è sempre preferibile all’ignavia, all’omertà, alla paura, allo sconforto, invisibili dèmoni che il coraggioso e volenteroso docente – non un “eroe moderno”, ma un uomo che tenta di fare solo il proprio dovere in un contesto dove tutto sembra “remargli contro” – cerca di “scacciare” dalla mente dei suoi studenti.

Il risultato è un dramma che mostra uno spaccato contemporaneo della scuola nei contesti più degradati, dominati da disagio e criminalità: uno spaccato volutamente “esagerato” in cui alcune situazioni sono portare all’estremo, ma che mette in scena una sintesi efficace di tutti quei problemi che possono manifestarsi in molte scuole, e talvolta finiscono nelle cronache dei giornali.

Da segnalare la presenza in sala, in occasione della prima replica dello spettacolo, di numerose classi degli istituti superiori di secondo grado di Pistoia, a testimonianza dell’interesse dell’opera dal punto di vista educativo.

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