PISTOIA – Un luogo nel centro storico della città dove poter scambiare due chiacchiere, bere insieme un karkadè, curiosare fra i prodotti dell’artigianato africano e scoprire le meraviglie artistiche di un continente così culturalmente ricco e variegato.
“Djam Rek” di Ibrahima Aladij Gueye, in via della Madonna 83, è molto di più di un semplice negozio di artigianato etnico: da quasi venti anni – è stato aperto nel 2003 – è un punto di riferimento per chi vuole avvicinarsi ai diversi “mondi” che compongono quel grande mosaico di etnie, popoli e culture che è l’Africa, con la certezza di venire sempre accolti a braccia aperte dal sorriso di Ibrahima.

Un luogo dove non si entra solo per acquistare, ma anche per parlare, per prendersi una piccola pausa dallo stress e dalla fretta degli impegni quotidiani, per ritrovare quella pace oggi così fragile nelle nostre vite frenetiche: lo stesso nome del negozio, “Djam Rek”, in lingua wolof – una delle lingue più diffuse nei Paesi dell’Africa occidentale – significa “solo pace”, a sottolineare questa dimensione di pace, incontro e relazioni sociali che è alla base dell’apertura e dell’esperienza del negozio.
Ma come nasce “Djam Rek” a Pistoia? Bisogna prima di tutto ripercorrere la storia personale del suo titolare Ibrahima Gueye, 56 anni, originario del Senegal, da ventidue anni in Italia e da venti a Pistoia, ormai divenuta la sua città d’adozione (“qui è cresciuta la mia famiglia, mi sento a tutti gli effetti un pistoiese” racconta sorridendo).

Ibrahima è nato a Dakar, qui ha compiuto a suoi studi fino alla laurea in giurisprudenza; per quattro anni ha lavorato come dipendente del Ministero del Tesoro, ma in parallelo portava avanti un’attività imprenditoriale insieme alla sua famiglia.
“Nel lavoro mi piace essere indipendente e avere la mia libertà – spiega – per questo, nonostante il buono stipendio come dipendente pubblico, decisi di aprire, insieme ad alcuni parenti, una ditta di forniture: gli affari andavano bene, lavoravamo molto con gli uffici pubblici o con aziende private, anche estere, per la fornitura di materiali da ufficio, vestiario per operai specializzati, materiali per l’edilizia, ricambi per auto e ferramenta.
Questo lavoro mi ha dato inoltre la possibilità di viaggiare molto nei Paesi dell’Africa occidentale, dove ci rifornivamo o facevamo le nostre consegne: sono stato in Mali, Mauritania, Burkina Faso, Guinea, Costa d’Avorio, Niger e Gambia.
Mi assentavo a volte per sette, dieci giorni per questi viaggi di lavoro, ma affidando ad altri le commissioni perdevo di vista l’andamento dell’azienda: in mia assenza i dipendenti lavoravano poco e male, si sono cominciati ad accumulare ritardi nelle consegne e nelle commissioni, la ditta ha iniziato a indebitarsi e alla fine è fallita, e io ho perso quasi tutti i soldi che ci avevo investito”.

Da questa cocente delusione professionale, la decisione di emigrare e di trovare fortuna altrove. “La mia prima intenzione – racconta Ibrahima – era quella di andare in Germania, dove già vivevano dei miei parenti e c’erano ottime prospettive di lavoro, ma un mio amico che si era trasferito anni prima a Bologna mi suggerì di trascorrere qualche mese in Italia, per ottenere più facilmente il permesso di soggiorno europeo. Quindi sono arrivato in Italia un po’ per caso, e di sicuro non avevo la minima idea di rimanere qui, era solo un punto di passaggio. Le cose poi sono andate diversamente, e in Germania non ci ho mai messo piede!”.
Ibrahima ricorda le difficoltà dei suoi primi mesi in Italia, quando ha iniziato a lavorare come muratore e lavapiatti a Bologna e Ravenna, per poi trasferirsi a Ponsacco dove faceva il venditore ambulante di libri e partecipava a fiere e mercati in giro per la Versilia e i centri dell’alta Toscana. Capitava spesso a Pistoia, in piazza Mazzini: e qui avvenne un incontro destinato a cambiare la vita di Ibrahima.
“Conobbi Marco, un ragazzo pistoiese che spesso veniva a trovarmi lì in piazza, ci mettevamo a parlare di letteratura, musica, filosofia; era molto piacevole conversare con lui, e in breve diventammo amici. Un giorno mi disse che lui e la sua famiglia mi avrebbero aiutato a realizzare il mio desiderio di dare vita a un’attività autonoma: ho sempre avuto questo difetto, di voler essere indipendente nel lavoro. Mi hanno dato una grossa mano nell’acquisire questo piccolo fondo commerciale, e da lì è nata l’idea di un negozio di artigianato africano, che al tempo mancava a Pistoia”.

Ibrahima illustra poi lo spirito con cui è nato “Djam Rek”: “Non mi interessava aprire un negozio solo per vendere, volevo dare vita a un centro culturale africano: uno spazio pensato per gli italiani, e per i pistoiesi in particolare, in cui chi vuole può fermarsi qualche minuto per parlare, ascoltare, assaggiare un tè o un caffè, leggere un libro, rilassarsi con musica etnica, ritagliarsi un momento di pausa e di pace nel corso della giornata per scambiare due parole e conoscere qualcosa dell’Africa. E questo è possibile farlo in una città come Pistoia, una città tranquilla dove sopravvive la dimensione del rapporto personale e del saluto reciproco: il negozio funziona anche come sportello d’ascolto, chi ha un qualche problema, ha bisogno di un consiglio, o vuole semplicemente sfogarsi, passa da me e può stare certo di trovare un aiuto.
Pistoia mi piace e qui mi trovo bene perchè è una città calma, tranquilla, dove mi posso fermare a parlare con la gente”.

Entrare nel piccolo spazio di “Djam Rek” significa compiere un viaggio nell’arte e nell’artigianato dell’Africa. Una definizione che però può ingannare, dal momento che il continente africano si configura come uno straordinario e ricchissimo mosaico di popoli, lingue, etnie e culture, con tradizioni assai differenti all’interno di ogni Paese: da qui l’impossibilità di parlare di un “unico” artigianato africano e la necessità di far comprendere al visitatore europeo la complessità etnica e culturale di questo continente, per alcuni aspetti ancora “misterioso” e indecifrabile ai nostri occhi.
“Gli oggetti di artigianato esposti in negozio – spiega Ibrahima – arrivano direttamente dai villaggi del Senegal, del Mali, del Burkina Faso e di altri Paesi dell’Africa occidentale; me li faccio spedire in Italia grazie a contatti che lavorano nel settore dell’import/export o tramite associazioni che operano in questi Paesi. Sono oggetti prodotti con tecniche artigianali di origine antichissima, che utilizzano materie prime locali o materiali di scarto, e che valorizzano il lavoro in queste piccole comunità di villaggio, isolate e lontane dalle grandi città”.
Ci sono ceste in foglie di palma intrecciate tipiche dei villaggi wolof del Senegal, tessuti dipinti a mano con colori naturali, sculture in legno di ebano, orecchini e braccialetti in legno e corda, pendagli in rame battuto, stampe dai colori vivaci con scene tradizionali di villaggio o animali della savana, borse in tessuti variopinti recanti spesso i colori panafricani, tè e caffè prodotti artigianalmente dai coltivatori di Guinea e Costa d’Avorio.

“Djam Rek” è uno spazio piccolo ma accogliente, vivace e colorato, dove ci si sente subito a casa, complici il sorriso e l’accoglienza calorosa di Ibrahima.
Il suo fare calmo e pacifico ci indugia a restare in negozio, ci trasmette un senso di tranquillità interiore, tanto da domandarsi quale sia il “segreto” di una simile filosofia di vita. “Prima di tutto la fede – afferma Ibrahima – io sono un musulmano molto credente, ma aperto anche alla filosofia buddhista, che mi ha fatto molto riflettere sulle relazioni con gli altri. E poi c’è la pazienza. Il mio motto è: la pazienza non ha limiti. Secondo me il vizio peggiore è l’invidia: non bisogna essere egoisti, ma augurare il bene e le migliori fortune anche agli altri, e non volere tutto e solo per noi stessi.
Questo è un po’ il segreto della pace interiore, vivere in empatia con gli altri ed essere felice della felicità altrui”.









