di Marco Cei
Dicono che Charles Shulz per 50 anni (dal 1950 al 2000), con le sue strisce quotidiane, abbia parlato di ognuno di noi in modo geniale, facendo finta che quello dei Peanuts fosse solamente un mondo di bambini. Ora scopriamo che il suo genio non solo mostrava caratteri e relazioni sociali universali ma anticipava anche nuove conoscenze scientifiche. La nuvola di polvere, gas, insetti, che avvolge sempre uno dei suoi protagonisti, Pig Pen, si rivela oggi un capolavoro rappresentativo e comunicativo per rendere visibile un fenomeno bio-chimico e fisiologico che riguarda ognuno di noi, recentemente indagato.
Non la vediamo, ma questa nuvola personale esiste davvero. In ogni istante siamo circondati da organismi viventi, fra cui funghi, pollini, batteri, virus, e non viventi, come polveri, gas, inquinanti, composti volatili emessi dalle piante e altre sostanze chimiche sospese nell’aria. Questa grande nuvola, sempre al nostro seguito, viene chiamata esposoma ed è rappresentata dall’insieme di tutte le sostanze cui siamo esposti e che fa da tramite con l’ambiente esterno. L’esposoma è stato così definito nel 2005 dall’epidemiologo Christopher Wild, al fine di indicare la globalità dell’esposizione ambientale a partire dalle origini della nostra vita. Nel corso di un’esistenza, le persone sono infatti esposte a sostanze utili, neutre o nocive determinate da ambiente, regime alimentare, stile di vita e attività lavorativa. Il concetto dell’esposoma fa riferimento a tutto l’insieme delle esposizioni, dal momento del concepimento in poi, includendo componenti esterni e interni.
Oggi è stato anche misurato da un gruppo di scienziati della Stanford University School of Medicine. “La salute umana è influenzata da due elementi: il dna e l’ambiente esterno”, spiega Michael Snyder, capo della genetica alla Stanford University, che ha coordinato lo studio. “Normalmente misuriamo cose come l’inquinamento su ampia scala, ma nessuno ha realmente valutato l’impatto delle esposizioni biologiche e chimiche a livello individuale”. Partendo da questo gap nelle conoscenze, i ricercatori erano curiosi di immaginare come l’esposoma potesse essere rappresentato e visualizzato (come una nuvola, come un groviglio di particelle microscopiche?), nonché capire quanto e come potesse variare da persona a persona, anche fra individui che abitano in aree geografiche non lontane.
Come hanno fatto a misurare questa nuvola? Attraverso un piccolo dispositivo (grande come una scatola di fiammiferi) agganciato al braccio dei partecipanti che filtra l’aria e la emana in leggeri sbuffi, come quelli di un respiro umano, intrappolando le diverse sostanze particellari. In pratica qualsiasi elemento, da funghi a batteri, da polveri al particolato sottile, viene risucchiato dal dispositivo e poi estratto in laboratorio, per essere poi esaminato e profilato e, nel caso di organismi viventi, sequenziando il corredo genetico.
Ciò che più ha sorpreso i ricercatori è che anche a distanze ravvicinate (stessa zona metropolitana intorno a San Francisco) e nello stesso periodo di tempo, l’esposoma cambia notevolmente da individuo a individuo, un po’ come una firma specifica che appartiene a quella data persona.
Molte caratteristiche del singolo ambiente contribuiscono a queste differenze, spiegano gli scienziati, come ad esempio la presenza di un animale da compagnia o di piante nel proprio ambiente domestico, l’utilizzo di alcuni prodotti chimici (anche per motivi di lavoro) e l’esposizione alla pioggia, fino alle tinte usate nelle stanze di casa. In generale, quanti più ambienti diversi si frequentano e tanto maggiore è la varietà e il numero degli microorganismi incontrati sul proprio cammino. In generale, la variabilità degli ambienti frequentati si può considerare positiva per avere un buon esposoma, ma ancora di più la loro salubrità. Banalmente e, come direbbe il mitico Catalano di arboriana memoria, “meglio vivere in un mondo pulito, vario e bello che farlo chiuso in una stanza maleodorante”.
Il prossimo passo di queste ricerche potrebbe essere quello di capire in che modo l’esposoma, e le differenze individuali, influenzino la salute dell’individuo. Il dispositivo attuale registra già la firma batterica o virale dei microorganismi, spiegano gli autori, tuttavia può risultare complesso distinguere un virus dannoso da un altro magari dello stesso ceppo ma a minore pericolosità.
Si può dire che l’esposoma è la faccia esterna del più conosciuto microbioma (l’insieme dei microrganismi che in maniera fisiologica, o talvolta patologica, vivono in simbiosi con il corpo umano) popolazione microbica composta batteri, funghi, archeobatteri, protozoi e virus, e concentrata perlopiù nel tratto intestinale. Secondo recenti stime tutto il corpo, tranne il cervello e il sistema circolatorio, ospita un totale di circa 38.000 miliardi di soli batteri, senza contare gli altri gruppi tassonomici.
Molti ricercatori stanno studiando il ruolo del microbiota nelle malattie e come intervenire a scopo preventivo o curativo, ma le conoscenze sono ancora limitate. Alcuni studi hanno messo in luce gli effetti positivi o negativi di determinati microrganismi: teoricamente, arricchendo il microbiota intestinale di batteri «buoni» a scapito dei batteri «cattivi», si promuove un buono stato di salute. Tuttavia, non può esistere un microbiota ideale uguale per tutti: i geni e le caratteristiche individuali hanno un ruolo determinante. Ognuno di noi è sempre unico.
Concludendo, possiamo dire che la strada per definire e comprendere l’identità psico-fisica di ciascuno di noi è ancora lunga.










